Alexandre Dumas (padre).
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Edoardo Terzo.
Parte 3.
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Traduzione di: Carlo Zanobi Cafferecci.
1857. Stamperia del Fibreno, NAPOLI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Indice di questa parte.
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PARTE TERZA. L'ASSEDIO DI CALAIS.
EPILOGO.
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Fine Indice.
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PARTE TERZA. L'ASSEDIO DI CALAIS.
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Capitolo 1.
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Edoardo non poteva pi fermarsi in s buon cammino. Sin da quel momento dovea creder sua la Francia, e cos difatti credette.
Mise ei dunque l'assedio davanti Calais.
La difesa di Calais era affidata ad un valente capitano borgognone, a nome Giovanni di Vienna, il quale aveva a s d'intorno de' prodi cavalieri, come Arnoldo d'Audrehen, messer Giovanni di Surice, messer Baldovino di Bellebronne, messer Geoffroy della Mote, Messer Pipino di Were ed altri benanco che non erano uomini da cedere la piazza.
Edoardo avea compreso che lungo sarebbe quell'assedio, e quindi non avea esitato nella maniera con cui lo organizzerebbe.
Costru semplicemente, davanti a Calais, una vera e propria citt per lui e il suo esercito, come se avesse dovuto abitarci dieci o dodici anni.
Questa nuova citt era tra la citt, il fiume e il ponte di Meulai.
Le case, ordinate per strade, erano ben debitamente coperte di paglia e canne, perch la risoluzione di Edoardo era che doveva restare l, estate e inverno, fino a che Calais fosse sua.
La citt fu battezzata e chiamata da Edoardo: Villeneuve-la-Hardie.
Tutto ci che era necessario per il suo esercito era l, e, il mercoled e il sabato di ogni settimana, c'era un mercato in un luogo designato a tal scopo.
Si vendeva di tutto, in questo mercato, dal pane e la carne fino alle stoffe e mercerie.
Tutte queste vettovaglie e viveri arrivavano loro via mare dall'Inghilterra o delle Fiandre, e, nel frattempo, come per mantenere la mano, il popolo del re d'Inghilterra devast un po' il paese.
Ogni giorno facevano una nuova escursione, sia nella contea di Guines, sia fino alle porte di Saint-Omer e Boulogne, e mai tornarono senza abbondante bottino.
Del resto, Edoardo non pens mai di dar l'assalto a Calais; ei sapea troppo bene come stata sarebbe quella un'inutile impresa e che invano si sarebbe affaticato. Ei dunque voleva affamarla. Era opra lunga,  pur vero, ma sicura.
Una cosa soltanto lo avrebbe fatto decidersi a combattere, e stato sarebbe che re Filippo sesto venisse in persona a far levare l'assedio.
Quando Giovanni di Vienna vide l'espediente che Edoardo aveva scelto, comprese subito che, quante meno bocche vi sarebbero nella citt, pi a lungo avrebbe potuto far resistenza.
Per conseguenza, ordin che tutti quelli che non avessero mezzi di sussistenza uscissero da Calais, e nella sera istessa meglio di mille settecento individui, s uomini che donne e bambini, uscirono dalla citt. Quella moltitudine fermossi alle porte della citt e non ard inoltrarsi.
Fra il morire di miseria o di fame, o perder la vita nel campo inglese, quella gente non esitava, e preferiva il primo genere di morte al secondo.
Non pertanto quella sortita non era isfuggita ad Edoardo.
Ei mand a chiedere a quella gente perch cos si trovassero alle porte della loro citt, n vi rientrassero.
Quella gente rifuggendo dalla menzogna, rispose la verit all'inviato del re d'Inghilterra.
Allora questi fece dir loro che, potevano liberamente passare nel suo campo, che avrebbero la vita salva, il passo libero, e che potrebbero andarsene a cercare altrove la loro sussistenza.
Esitarono alcun poco, ma finalmente alcuni si decisero, e gli altri si affrettarono ad imitarli.
Il re Edoardo amava di far sempre pi assai di quel che prometteva.
Dunque, invece di mantenere soltanto ci che avea promesso, fece bere e mangiare copiosamente quella moltitudine, diede a ciascheduno due piccole monete e li accomiat, maravigliati della munificenza di quel re straniero.
La Francia esperimentava a Crcy una di quelle scosse che commuovono crudelmente un reame, e che lo fanno lungamente tentennare sulla sua base prima che ritrovi il proprio equilibrio.
Dopo quella disfatta, re Filippo sesto parea un pazzo. Tanto poco ei s'aspettava quel disastro immenso e rapido come il fulmine, che non sapea quasi da qual parte dovesse a prima giunta respingere la doppia invasione. Imperocch, quale il lettore sel rammenta, il conte Derby facea presso a poco dall'altra parte della Francia ci che il suo grazioso sovrano fatto aveva test in Normandia.
Nondimeno, siccome fino a quel giorno, la pi seria vittoria era stata dal lato del re d'Inghilterra, Filippo pens a richiamare presso di s quelli che meglio potevano difenderlo contro Edoardo. Poi fe' dire al duca di Normandia, suo figlio, il quale attaccava gl'Inglesi su quel d'Aiguillon, come questi attaccavano i Francesi in Calais, di venirlo a trovare a Parigi; poich il lettore debbe ricordarsi che il duca avea detto com'ei non sarebbe per ritornare se non che dietro l'ordine di suo padre.
Era ormai tempo.
Filippo di Borgogna figlio di Eudo di Borgogna, cugino del duca di Normandia, giovine cavaliere pieno di destrezza e di coraggio, era accorso a raggiungere i Francesi davanti Aiguillon.
Verso la met del mese d'Agosto, eravi stata una guerricciola, a cui esso avea preso parte, e, montato sopra un focoso e bizzarro cavallo, gli avea cacciati gli sproni nel ventre, ed era partito.
Il cavallo lo avea trasportato, e saltando un fosso, bestia e cavaliere eransi voltolati a terra, ed il solo corridore si era rialzato.
Quella tragica avventura avea fatto una viva impressione sul duca di Normandia, il quale molto amava suo cugino, ed era molto scoraggito quando arrivarono le notizie di Crcy coll'ordine del re che lo richiamava a Parigi.
L'ordine, come abbiamo gi detto, era positivo; non solo Filippo richiamava suo figlio, ma gl'imponeva di levare l'assedio. Gli partecipava la morte de' suoi parenti uccisi a Crcy, e gli diceva finalmente come il trono avea immediatamente bisogno del soccorso di tutti, e principalmente del suo. Fraditanto il duca radun i conti ed i baroni i quali erano con esso lui, lor domandando se non fosse vilt abbandonare un assedio cui aveano giurato di sostenere fino alla loro ultima ora.
Tutti furono di parere come, in tali circostanze, doveva anzi tutto ubbidire a suo padre e che l'ordine ricevuto lo scioglieva dal giuramento.
Fu allora stabilito da' Francesi che alla domane sloggerebbero e farebbero ritorno in Francia.
Giudichi il lettore della maraviglia di quelli che erano in Aiguillon, quando al romper dell'alba del domani videro gli assedianti piegar le tende, raccogliere le bagaglie, e porsi in cammino in direzione opposta alla citt.
Quando Gualtiero di Mauny ci vide, ordin di armarsi, e che si montasse a cavallo, poich l'opinione sua quella non era di lasciar cos partire gli assedianti senza chiedere ad essi ragione dell'assedio.
Allora que' di Aiguillon, con la bandiera di Gualtiero alla testa, uscirono dalla citt e se ne vennero a piombare sull'inimico pria ch'ei fosse compiutamente sloggiato, e mentre era occupato tuttora ne' preparativi di partenza.
Non abbiam d'uopo d'aggiungere che quella sortita riusc perfettamente, e che, dopo avere ucciso a destra e a sinistra, gl'Inglesi condussero pi di sessanta prigionieri nella loro fortezza.
Fra questi prigionieri, si trovava un gran cavaliere di Normandia cugino del duca, il cui nome la storia non ha conservato, ed al quale Gualtiero di Mauny chiese per qual causa il duca di Normandia levava in quel modo l'assedio.
Non lo so, rispose il cavaliere.
E come pu darsi che nol sappiate, soggiunse Gualtiero di Mauny, voi che siete parente e consigliere del duca?
Il re di Francia ha richiamato suo figlio, disse laconicamente il cavaliere.
Ma questo richiamo ha una ragione? insistette Gualtiero.
Mades, messere.
E quale?
Il cavaliere esit pi di prima, dal perch quei d'Aiguillon ignoravano ancora la disfatta di Crcy ed egli si vergognava a fargliela sapere.
Su via, messere, ripigli Gualtiero di Mauny, il quale da quella titubanza indovinava qualche nuova sciagura sopraggiunta alla Francia, e che, come ben si pensa, era premuroso di conoscerla; su via, siate sincero. Noi siam forse destinati a vivere lungamente insieme. Voi siete mio prigioniero, e la notizia che aspetto da voi pagher forse la met del vostro riscatto; non  cosa da disprezzarsi, messere, mentre ora questo povero stato di Francia non arricchisce i suoi cavalieri.
Or bene! replic il prigioniero; gl'Inglesi ed i Francesi, re Edoardo e re Filippo si sono scontrati.
Ah! davvero! e dove?
A Crcy nel Ponthieu.
E re Edoardo?...
 rimasto vincitore, disse con un sospiro il cavaliere.
E cosa n' stato? continu sorridendo Gualtiero.
Ha posto assedio davanti Calais, ed ha giurato di partirsene sol quando la citt sar sua.
Grazie di questa buona notizia, messere, disse giulivo Gualtiero di Mauny, ed annunzi ai compagni quanto avea saputo dal suo prigioniero.
Il domani, Gualtiero di Mauny and a trovare il gran cavaliere di Normandia, e gli disse:
Messere, quanto potete dare per il vostro riscatto?
Tremila scudi, disse il prigioniero.
Udite, ripigli Gualtiero; so che appartenete al sangue del duca di Normandia e che questi vi ama molto; pagherete dunque la taglia che vi chieder; ma non  propriamente una taglia ch'io esigo da voi, e rimarrete libero anche senza di essa.
Il cavaliere guard Gualtiero con istupore.
In questo stesso d, riprese a dire Gualtiero, partirete da Aiguillon dopo avermi data la vostra parola di fare quanto mi accingo a chiedervi.
Messere, parlate pure liberamente.
Or bene!  da molto ch'io son separato dal re d'Inghilterra che amo quale gli fossi io figlio, che amo come voi amate il duca di Normandia, e che anelo di rivedere. Qui non ho pi nulla da fare, ma intanto non posso andarmene a raggiungere re Edoardo senza un salvacondotto, n posso avventurarmi solo a tal viaggio. Ecco adunque tutto ci che farete, messere, o per meglio dire, ci che vi prego di fare. Andrete a chiedere al duca di Normandia un salvacondotto per me e per venti uomini, me lo porterete e poscia sarete libero. Vi lascio a tal uopo un mese di tempo. Se dentro lo spazio di un mese non avrete potuto ottenere tal carta, continu Gualtiero con un sorriso, verrete a riprendere le vostre catene; ma non dubitate, saremo ad ogni modo meno crudeli verso di voi che nol furono verso Attilio Regolo i Cartaginesi. Va bene?
Fidate su me, rispose il gran cavaliere di Normandia; giuro di portarvi il salvacondotto o di ricostituirmi prigioniero.
Andate dunque, messere, disse Gualtiero di Mauny, voi siete libero.
Un mese dopo, il cavaliere portava ad Aiguillon la lettera che Mauny aveagli chiesta, e che, senza fargli replicar la domanda, il duca di Normandia gli aveva accordata.
Il d seguente, senza por tempo in mezzo Gualtiero si mise in viaggio con la sua piccola truppa, dopo avere sciolto il cavaliere dalla sua taglia.
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Capitolo 2.
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Fidando nel suo salvacondotto, Gualtiero di Mauny non celava in verun luogo il suo nome, e quando veniva fermato, mostrava la sua lettera e passava oltre.
Fraditanto, giunto a San Giovanni d'Angely, Gualtiero trov un capitano meno trattabile degli altri. Questi, sia che non prestasse molta fede a quel salvacondotto, sia che lo interpretasse a modo suo, invece di lasciar passar libero il cavaliere inglese col drappello che l'accompagnava, come avrebbe dovuto fare, pens bene di trattener tutti costoro prigionieri.
Gualtiero non era in forza per resistere, e dovette adunque limitarsi a discutere col capitano, che non volea intender ragione in verun modo.
Nulladimeno, come Dio volle, costui alla perfine si lasci convincere, ma a patto per che Gualtiero lascerebbe diciassette di que' che l'accompagnavano in ostaggio e non ne condurrebbe seco che tre soltanto.
Gualtiero, dovette fare di necessit virt e rassegnarsi, riserbandosi di ritornare poi un bel giorno con duemila uomini a ripigliarsi i suoi diciassette compagni, se altro mezzo fosse mancato per liberarli.
Acconsent egli adunque a quanto domandava il capitano, e si pose di nuovo in viaggio co' suoi tre uomini.
Ci diede molto a pensare al nostro viaggiatore, e cominci sin da quel giorno ad essere pi circospetto. Ma la sua circospezione non dovea essergli molto proficua, dal perch giunto ad Orlans s'imbatt in un capitano ancor meno compiacevole del primo, il quale, dopo aver lasciato sciorinare a Gualtiero quante mai buone ragioni pot questi addurre, duro come un masso, non gliene men buona neppur una, e nulla stimando la lettera del duca di Normandia, fece bell'e bene prigionieri Gualtiero ed i tre che lo accompagnavano.
E avesse voluto il ciclo che la faccenda pei quattro Inglesi si fosse limitata ad una semplice prigionia in Orlans.
Gualtiero ed i suoi tre compagni furono mandati a Parigi, e ser Gualtiero imprigionato al Castelletto, siccome uno di quelli che avean fatto maggior male alla Francia.
Era quella daddovero una cosa ben triste.
In quel mentre, il duca di Normandia, informato di ci che accadeva, and a trovare il re e gli disse:
Padre mio,  avvenuto un imprigionamento ingiusto.
Contro chi? chiese Filippo.
Contro il cavaliere Gualtiero di Mauny.
Il re guard fiso suo figlio.
Gualtiero di Mauny, soggiunse il duca; uno de' capitani del re d'Inghilterra.
Ma costui  di buona presa, mi pare, e ne ha fatto abbastanza male perch il tratteniamo prigioniero, ammettendo anche che ci limitiamo a s lieve castigo.
Sire, replic il duca, messer Gualtiero di Mauny non  stato fatto prigioniero coll'armi alla mano, ma mentre si recava pacificamente appo il re suo signore, e munito di un salvacondotto da me firmato.
E come va che messer Gualtiero di Mauny avesse un salvacondotto firmato da Voi? domand Filippo.
Gualtiero di Mauny, monsignore, avea fatto prigioniero un prode cavaliere della mia armata, quando eravamo davanti Aiguillon. Per riscatto di quel cavaliere ei non mi chiese che quel salvacondotto, ed io glielo diedi. Vedete bene, padre mio, quanto importi che questo cavaliero sia posto in libert, altrimenti io sarei un principe sleale ed avrei mancato alla mia parola, e se mancare alla propria parola  disonore pel pi oscuro suddito, a maggior ragione sarebbe tale per il figlio del re di Francia.
Pu essere, rispose Filippo, ma in tempo di guerra ogni cattura  buona, specialmente quando si tratta di un uomo tanto pericoloso quanto quello di cui mi parlate. Il nostro avversario Edoardo terzo non farebbe mica tanti complimenti.
Sire, il re Edoardo, riprese il duca, ha salvato la vita a mille settecento abitanti di Calais che Giovanni di Vienna avea fatti uscire da quella citt, e che senza il re d'Inghilterra sarebbero morti di fame e di freddo.
Filippo sesto nulla rispose.
Padre mio, continu a dire il duca, non  grazia, ma giustizia ch'io chieggo.  d'uopo che quest'uomo sia posto in libert.
E con qual dritto  d'uopo un tale atto?
Per il dritto che ser Gualtiero di Mauny avea di viaggiare liberamente, viaggiando sulla mia parola.
Aspettate che noi siam morti, messere, disse allora Filippo: allora, se vi sembrer ben fatto, darete salvacondotti a tutti i nostri nemici affinch saccheggino ed incendino liberamente il nostro bel paese di Francia, che allora sar vostro; ma fin ch'io vivr far a tal proposito ci che mi parr pi utile. Rispettivamente poi a questo ser Gualtiero non solo non sar libero, ma morr come morirono Clisson e Malestroit, e come morranno tutti quelli che avranno nociuto al benessere ed al riposo del nostro regno, se Dio li far capitare nelle mie mani.
Il duca di Normandia divenne pallido.
Va bene, padre mio, rispose ei freddamente.
Del resto, aggiunse il re, sar un buon ausiliario di meno per Edoardo terzo.
Ed un buon ausiliario di meno per il re Filippo sesto.
Che cosa intendete di dire?
Voglio dire, monsignore, che sintanto che Gualtiero di Mauny non potr combattere per il suo sovrano, il duca di Normandia non combatter per il suo.
Come poco prima avea impallidito il duca, il re si fece pallido allora.
Mio figlio mi abbandona gli disse.
Vostro figlio non vi abbandona, monsignore, ma vostro figlio vuole che si sappia da ognuno ch'ei stesso imporr a s medesimo una esemplar punizione ogni volta che avr dato la sua parola e non potr attenerla. Non solamente io non mi armer contro il re d'Inghilterra, ma ne distorr tutti quelli che potr!
Un tradimento!...
Per un tradimento, s, padre mio.
Filippo si alz, ed il duca, dopo essersi inchinato, si accinse a congedarsi da lui.
Che avete in mente di fare? disse il re.
Monsignore, ho risoluto di abbandonare questo palagio, e andare a dire io stesso a ser Gualtiero di Mauny ci che avviene, e non ritorner che nel giorno in cui egli sar libero.
Il duca di Normandia usc allora, lasciando Filippo sesto in preda ad una collera violenta.
La cosa fece gran rumore, poich il duca non si di briga di celarla. Nondimeno, il re non parea voler mutar consiglio.
Vero  per che i preparativi di morte non si faceano.
Alla perfine, Filippo fu s ben consigliato, che fin coll'ordinare la liberazione di ser Gualtiero di Mauny.
Allora mand appo suo figlio un cavaliere dell'Analto detto ser Mansart d'Eme, per dirgli che potea venire al Louvre e che il suo protetto era libero.
Ci non bastava al Duca.
Fece ei quindi rispondere al re come non tornerebbe appo lui che accompagnato da Gualtiero di Mauny, cui direbbe egli stesso ci che esso duca detto aveva e fatto in sentendo la sua cattivit.
Filippo vi acconsent.
Gualtiero di Mauny usc di prigione ed il duca di Normandia lo condusse al palagio di Nesle, ove trovavasi il re.
Sire, disse il duca a suo padre, vogliate dire a ser Gualtiero di Mauny ch'io presi parte cotanto viva al suo ingiusto arresto, che ho fino obbliato per un momento ci ch'io doveva al mio genitore ed al mio sovrano.
 vero, rispose Filippo sesto; e stese la mano al duca. E perci, prosegu a dire volgendosi a Gualtiero, non voglio, messere, che ne lasciate senza esser sicuro del rammarico nostro di avervi per s lungo tempo tenuto prigioniero. Non attribuite questa vostra cattivit ad altro che alla gran riputazione di valore di cui godete e che ognuno qui ascrive a proprio vanto riconoscere.
La sera istessa, Gualtiero pranz al palazzo di Nesle col re, col duca di Normandia, ed altri dei pi grandi signori di Francia. Alla fine del pranzo, re Filippo preso delle gioie che valevano un migliaio di fiorini e offrendole a Gualtiero gli disse:
Messere, accettate questi doni che vogliamo farvi, e che serberete per nostra memoria.
Li accetto, rispose Gualtiero, per l'onore del re che me li offre; ma io non appartengo a me stesso, sire; appartengo al re d'Inghilterra, e non posso accettarli che ad una condizione. Se il mio sovrano mi autorizza a serbar questi donativi, li serber, monsignore: in caso contrario, ve li far rimettere, serbando per sempre la ricordanza della vostra giustizia e della vostra munificenza.
Codeste son parole da leal cavaliere, disse Filippo, e assai mi piacciono; andate dunque, messere, e Dio vi guardi!
Allora ser Gualtiero di Mauny prese congedo dal re e dal duca di Normandia, e qualche tempo dopo arriv nell'Analto. Rimase tre giorni a Valenciennes, dopo di che si pose di nuovo in cammino, ed arriv davanti Calais, che era tuttora nello stesso stato.
Grande fu la gioia dei conti, de' baroni e del re in vedendo ser Gualtiero e bella l'accoglienza che a lui fecero. Ei raccont per filo e per segno ci che gli era accaduto dopo la sua partenza da Aiguillon. Re Edoardo dopo aver veduto i gioielli di cui Filippo sesto aveagli fatto presente, gli disse:
Messer Gualtiero, voi ci avete sempre servito con lealt sin oggi, e bene speriamo, che ne servirete ugualmente anche in avvenire. Rimandate a re Filippo i suoi donativi; non avete verun titolo per serbarli. Grazie al cielo abbiamo abbastanza e per noi, e per voi, e la nostra volont  di ricompensarvi a dovizia di tutto che vi dobbiamo.
Grazie, monsignore; rispose Gualtiero: sar fatto il vostro desiderio.
Allora il cavaliere, riunendo i presenti che ricevuti avea dal re di Francia, gli diede a ser Mansart, e gli disse:
Ritornate presso il re, ditegli che assai lo ringrazio de' be' donativi da lui fattimi, ma che al re d'Inghilterra non andrebbe a grado ch'io li conservassi. Perocch, glieli rimando, pregandolo nuovamente di esser convinto della mia gratitudine.
Bene, disse Mansart che era cugino di Gualtiero e part subito da Calais. Alcuni giorni dopo, rimetteva le gioie a re Filippo, che dicevagli:
Non le voglio riprendere; sono fra le mani di troppo buono e leal cavaliere. Conservatele dunque, messere, per memoria di me e del vostro cortese cugino Gualtiero di Mauny.
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Capitolo 3.
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Il lettore si ricorder che il conte Derby era rimasto per tutta la stagione nella citt di Bord.
Da che venne a sapere la partenza del duca di Normandia, fu invaso da desiderio vivissimo di fare una piccola spedizione nel Poitou, e siccome nulla il tratteneva, si affrett a fare il suo bando, cui risposero con sollecitudine il sere di Labret, il sere dell'Espare, il sere di Rosem, messere Aimone di Tarste, il sere di Mucident, il sere di Pommiers, il sere di Danton, il sere di Languerem ed altri.
Il conte Derby riun per tal modo seicento uomini d'armi, duemila arcieri e tremila pedoni.
Tutte codeste genti passarono la Garonna, fra Bord e Blaye, e cos ricominciarono le loro prese.
E fu primieramente Mirebeau, capitale del piccolo paese di Mirebalue nel Poitou; poi Annecy, poi Surgres, poi Benon, e non si fermarono che al castello di Marant ove non poteron far nulla, il che gli obblig a rigettarsi sopra Mortagne-sur-Mer nel Poitou, ove diedero un grande assalto che fu di ottimo esito per loro. Dopo di che marciarono sopra Lusignano, di cui bruciarono la citt, e di cui il conte Derby assicura di aver preso il castello, fatto negato da Froissart. A Taillebourg, uno de' loro cavalieri fu ucciso, il che tanto irritolli che posero a morte tutti quelli della citt, e passarono oltre per condursi davanti a san Giovanni d'Angely.
Tutto il paese era tanto spaventato della venuta del conte, che quegli abitanti fuggivano innanzi il suo arrivo, come foglie cadute innanzi i venti del verno.
Gli scudieri di Poitou e di Saintonge teneansi ne' loro castello senz'alcuna apparenza di voler combattere gl'Inglesi.
Il conte, l'abbiam gi detto, era giunto avanti a S. Giovanni d'Angely, ove, come debbe il lettore ricordarsene, erano rimasti prigionieri i diciassette uomini di Gualtiero di Mauny; fatto di cui il conte era stato informato, e di cui era certo ricattarsi.
Quando gl'Inglesi ebbero dato un primo assalto e si furono ritirati ne' loro alloggiamenti per riposarsi e ricominciare la domane, que' di S. Giovanni d'Angely, i quali non aveano n genti d'armi, n scudieri, n cavalieri, onde aiutare a custodir la citt e consigliare i borghesi, si trovarono in molto imbarazzo, temendo e con ragione, di perdere le loro mogli, i figli, le sostanze e s stessi. Risult da codesta generale paura che il podest della citt, a nome Guglielmo di Riom, volle proporre un trattato al conte Derby, e perci, mand ad esso un messaggiero che doveva chiedergli un salvacondotto per sei borghesi della citt incaricati di trattare con esso lui la capitolazione.
Il conte accord il salvacondotto, valevole per tutta la notte e pel d seguente.
Alla domane dunque all'ora prima, i sei borghesi andarono a domandare il conte Derby, che trovarono nel suo padiglione, rientratovi da pochi istanti dopo aver sentito la messa.
E cos! signori, disse il conte, quali proposizioni mi recate?
Veniamo, rispose uno de' deputati, a chiedere che que' della citt possano ritirarsi, essi, i loro figli, le loro mogli, ed i loro beni abbandonando la citt.
E se io rifiuto?
Se rifiutate, vi chiederemo le vostre condizioni.
Le mie condizioni, disse il conte, sono che la citt si arrenda senza convenzioni, confidandosi pienamente in noi.
Noi non accetteremo, dissero i sei borghesi alzandosi, e sosterremo l'assalto.
Padroni sempre! disse il conte.
E si alz anch'esso.
 questa l'ultima vostra volont? dissero gl'inviati.
S.
Addio dunque, messere.
A rivederci, messeri, disse il conte con un sorriso.
E prese congedo da sei borghesi.
Questi incamminaronsi verso la citt. Nel momento in cui si accingevano a lasciare il campo inglese, una dozzina di soldati chiusero loro il passo dicendo:
Alto, messeri! Quattro di voi son nostri prigionieri.
Ma noi abbiamo un salvacondotto, dissero sorpresi i deputati.
E s dicendo mostravano il salvacondotto del conte.
 inutile, dissero i soldati.
 dunque un tradimento? esclamarono i borghesi.
Non lo sappiamo; il certo si  che abbiamo ordine di non lasciare uscire che due di voi.
E chi ha dato quest'ordine?
Il conte Derby.
Ma, potete condurci da lui? disse uno degl'inviati.
S.
Allora, conduceteci, dal perch rimarremo o ce ne andremo insieme.
I soldati condussero i sei borghesi appo il conte.
Che vuol dir ci, messere? chiesero gl'inviati al conte; siamo arrestati ancorch muniti del vostro salvacondotto.
Chi ha fatto cos ha fatto bene, messeri.
E l'ordine  venuto da voi?
Da me.
Vogliate spiegarci...
Volentieri. Qualche tempo fa, messer Gualtiero di Mauny pass da S. Giovanni d'Angely con venti seguaci. Egli era munito di un salvacondotto del duca di Normandia per s e pe' suoi.
E qual relazione ha ci con noi? chiesero i borghesi.
Adesso ve lo dico, continu il conte. Il sere di Mauny fu arrestato come siete stati arrestati voi; come voi avete fatto, ei fece vedere il suo salvacondotto; ma come per voi, farlo vedere riusc per lui affatto inutile. Di venti uomini che il seguivano, soltanto due poterono seguirlo, gli altri diciassette furono trattenuti prigionieri, e sono tuttora nella vostra citt.
Dimodoch?...
Dimodoch, capite bene, mi  sembrato abbastanza naturale fare a voi oggi lo stesso che il vostro podest fece ad uno de' nostri, e calcolando presso a poco come esso avea calcolato, non ho voluto lasciare uscire dal mio campo che due di voi.
Non vi era un ette da rispondere.
Sicch volete un cambio, non  vero? disse uno de' borghesi.
Prima il cambio, poscia la condizione che v'imporr sul momento.
La resa della citt?
Senz'obbligo veruno n impegno dal lato nostro.
I borghesi riunitisi in capannello si consultarono.
Orbe'! disse poscia un di loro, siamo muniti di poteri dalla citt. Accettiamo, dal perch non possiamo altrimenti. Lasciateci ritornare fino alla citt, ed informare gli abitanti del trattato che ora abbiamo fatto.
Per questo non vi fa mestieri essere in sei; basta uno e n'avanza. Gli altri entreranno con esso noi nella citt.
Non v'era modo di dare indietro.
Capite bene, messeri, ripigli il conte; prima di tutto ci si rimandino i nostri diciassette uomini; poi, quando ci presenteremo alla porta della citt, il vostro podest verr a portarne le chiavi e a far sommessione in nome di tutti. Quando avrete ci fatto, soltanto allora, sapete, viva il cielo! vedremo ci che si debba fare.
Uno de' sei inviati rientr in S. Giovanni d'Angely, e partecip le condizioni imposte dal conte, che furono accettate.
Due ore dopo, i diciassette compagni di Gualtiero di Mauny erano tornati liberi al campo inglese, ed il conte Derby prendeva possesso della citt di S. Giovanni d'Angely in nome d'Edoardo terzo re d'Inghilterra.
Dopo otto giorni di soggiorno in codesta citt, gl'Inglesi si riposero in via e marciarono per alla volta di Niort, buona citt, ben chiusa e validamente difesa, di cui era capitano e signore per il momento un cortese cavaliere, messer Guiscardo d'Angle.
Gl'Inglesi tentarono tre assalti, i quali riuscirono infruttuosi.
Allora partirono, e s'avviarono verso Poitiers; ma strada facendo, presero il borgo di Saint-Maixent ed uccisero tutti quelli che vi si trovarono. Piegando un po' a manca si condussero sotto le mura di Montreuil-Bonnine; e ci non era senza un perch, come or vedremo.
In quella citt erano meglio di dugento coniatori che fabbricavano la moneta del re, e la certezza di potere impossessarsi di un ricco tesoro non avea certo poca attrattiva per il conte.
Giunto a Montreuil-Bonnine, il conte intim alla citt di arrendersi, ma la citt ricus.
Fortunatamente gl'Inglesi erano avvezzi a simili rifiuti, e sapevano come fare per ottenere il loro intento.
Cominciarono l'assedio, facendo avanzare gli arcieri.
In meno d'un'ora, niuno de' difensori di Montreuil-Bonnine osava mostrar la testa sulle mura; al sorger della sera, la citt era in mano degli Inglesi.
Tutti gli abitanti furono passati a fil di spada.
Tutti, uomini, donne, vecchi, fanciulli.
Non abbiam d'uopo di dire ci che avvenne della zecca del re.
Il conte lasci una guarnigione nel castello, e ripart per Poitiers che era ancor molto lungi.
Inutile riusc il primo assalto; eppure, come dice Froissart, la citt non era piena che di bruzzaglia, poco atta alla guerra.
Al rompere dell'alba, molti cavalieri montarono a cavallo e girando intorno alla citt, investigarono una situazione da cui potesse essere pi agevolmente attaccata.
Trovarono essi un luogo che lor sembr abbastanza idoneo ad un tentativo, e ne informarono il conte il quale, dopo consiglio, decise che il d vegnente la citt verrebbe attaccata sopra tre punti, e che gli arcieri attaccherebbero il punto pi debole.
La domane, che era il mercoled 4 ottobre, il triplice assalto cominci all'alba.
Gli abitanti di Poitiers avevano molto da fare, perch non potevano andare per fermo da un punto all'altro, e difendere parimente i tre dagli assalti dell'oste inglese.
La citt fu presa.
Come a Montreuil-Bonnine, anche a Poitiers, uomini, donne, vecchi e fanciulli, tutto venne passato a fil di spada.
Il bottino degl'Inglesi fu enorme, poich, oltre le sostanze tutte degli abitanti della citt, quelle pur anche eranvi degli abitanti dell'aperta campagna che cercato aveano rifugio in Poitiers, credendosi ivi in maggior sicurezza.
Conventi, castelli, chiese, tutto fu demolito o arso; e lo stesso conte Derby, che stanziar volea undici o dodici giorni nella citt, non pot frenare il saccheggio e la distruzione se non minacciando di morte chiunque pi oltre vi si addasse.
Il conte Derby accingevasi a condursi a Calais, lasciandosi dietro un tremendo lunghissimo solco di fuoco, di sangue e di rovine.
Tutto il paese da lui attraversato era deserto qual se fosse stato visitato dall'ira celeste, e qual se, nella sua spedizione fosse stato aiutato da un flagello al par di quello che tremendo ed ineluttabile dovea devastare la Francia due anni pi tardi, e di cui dovrem tener proposito prima che giunga a termine la presente narrazione.
Allorquando ebbe il conte per alcuni giorni stanziato a Poitiers, ne parti senza lasciarvi guarnigione, dal perch sarebbe stato obbligato a ripopolare la sua armata, tanto avea d'uopo la citt di uomini, affine d'essere guardata, e sen ritorn a piccole giornate, a S. Giovanni d'Angely.
Il conte avea molto piacere a battersi, ma prendea eziandio molto diletto alle feste ed al riposo dopo le campali fatiche.
A S. Giovanni d'Angely acquist amor grande de' borghesi, delle dame e delle damigelle, dal perch non appena vi ebbe nuovamente posto il piede, come fatto avea a Bord, diede conviti e feste di ballo senza numero, e si formava fautori ed amici col dove pochi giorni prima in ciascuno avea un nemico.
Tornato il conte a S. Giovanni d'Angely ricco d'un immenso bottino d'oro, di pietre preziose e di gioie, ne distribu gran parte alle dame e alle damigelle di quella citt. Tanta munificenza non potea riuscire infruttuosa, e lasci gradita ricordanza di lui in quella parte di popolazione che apparteneva al sesso femminino, talch non v'era dama che non dicesse essere impossibile vedere pi nobil principe cavalcare su palafreno, o atteggiarsi alle gentili movenze del ballo in una sala.
Finalmente dopo molte feste di ballo e numerosi pranzi e laute cene, il conte pose in ordine le sue genti, fece rinnovare dal podest e dagli abitanti tutti della citt il giuramento di fedelt gi una volta prestato, e andossene per alla volta della citt di Bord.
Col giunto, licenzi tutte le sue genti d'arme, valletti ed altri, molto ringraziandoli del loro buon servigio.
Poi, poco dopo, s'imbarc e se ne and in Inghilterra prima di raggiungere Edoardo ed informarlo per filo e per segno della sua fortunata spedizione.
Abbandoniamo per un po' la Francia e vediamo ci che accadeva in Iscozia, mentre ci appressiamo alla fine del nostro racconto, e gli avvenimenti ci riportano alla patria di Roberto Bruce.
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Capitolo 4.
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Prima, dunque, di andare a Calais, il conte Derby si trattenne alcun po' in Inghilterra.
Lettere che avea ricevute da Edoardo terzo lo pregavano di condursi ei stesso a Londra affine di vedere ci che ivi accadeva e di quanta fede fosse degna una prossima invasione scozzese di cui il re avea sentito parlare e che messaggeri della regina Filippa aveangli fatto presentire.
Cominciamo dal dire che la Scozia era in uno stato assai meschino.
Ecco come Gualtiero Scott si esprime su tal proposito:
"Pi non era possibile rinvenire nelle leggi rifugio o protezione, in un'epoca, siccome quella, in cui tutte le questioni venivano decise dal braccio pi robusto e dalla spada pi lunga. Pi non coltivavasi il terreno, dal perch, giusta ogni probabilit, l'uomo che avesse seminato un campo non avrebbe potuto raccogliere la messe. Pochi religiosi sentimenti si conservavano in mezzo ad un ordine di cose tanto violento, ed il popolo si avvezz in guisa agli atti ingiusti e sanguinar, che tutte le leggi dell'umanit e della carit venivano senza scrupolo veruno trasgredite. Non pochi tapini erano trovati morti d'inedia ne' boschi una con le loro famiglie, ed il paese era s spopolato ed incolto, che i daini selvatici abbandonavano le foreste, e si avvicinavano senza timore alle citt ed alle abitazioni degli uomini. Intiere famiglie erano ridotte a mangiar erba ed altre trovarono, a quanto dicesi, un pi orribile alimento nella carne de' loro simili. Uno scellerato mise in opera certi trabocchetti ne' quali prendeva le creature umane come bestie selvatiche, e se ne nutriva. Codesto cannibale chiamavasi Cristiano del Grappino, a causa del grappino, ossia rampone di cui facea uso ne' suoi spaventevoli trabocchetti.
"In mezzo a tali orrori, prosegue il romanziero storico, quando v'era qualche tregua fra loro, i cavalieri scozzesi ed inglesi facevano succedere ai combattimenti i tornei ed altri esercizi di cavalleria. Lo scopo di codesti giuochi non era mica quello di combattere, ma di provare chi fosse fra tutti il migliore uomo d'armi. Invece di gareggiare in destrezza, e di cercare chi salterebbe pi alto, o disputare il premio di una corsa a piedi o a cavallo, era allora usanza che i gentiluomini giostrassero assieme, che, cio, armati di tutto punto, impugnando le loro lunghe lance, corressero l'uno contro all'altro, finch un dei due fosse gettato di sella e rovesciato a terra. Talora si battevano a piedi colla spada o con l'accia, e, sebbene non fossero che giuochi a' quali presiedeva cortesia, vedeansi talora perire in quegli inutili combattimenti molti valorosi campioni, qual se avessero daddovero combattuto sopra un campo di battaglia."
Allorquando il conte Derby arriv a Londra, regnava una tregua, o tregua per lo meno apparente fra i due Stati.
Il conte, dopo aver partecipato la sua spedizione alla regina, si condusse a Berwick, ove fece annunziare che avrebbe luogo un gran torneo al quale convocava tutti quelli fra i cavalieri scozzesi che volessero intervenirvi.
Ora, eranvi in Iscozia, a quell'epoca, valorosi uomini, i quali non rifiutavano mai n un combattimento, n un torneo.
Il conte Derby, avea in pari tempo all'annunzio di questo torneo mandato esploratori, poich, il tempo che i cavalieri scozzesi passerebbero in questo torneo non lo avrebbero potuto passare in fare i preparativi della divisata invasione, ed egli, conte Derby, potrebbe avvertire Edoardo se uopo fosse.
Gli esploratori ritornarono.
Monsignore, dissero al conte, nulla  pi certo di questa invasione.
E chi deve comandarla?
Il re David Bruce in persona.
E gli altri capi della sua armata?
Sono Alessandro Ramsay, Guglielmo Douglas ed il cavaliere di Liddesdale.
E questi tre cavalieri verranno al torneo?
S, monsignore.
Non vi era tempo da perdere.
Il conte invece di far avvisato Edoardo, il cui soggiorno in Francia era s utile al buon esito dei suoi divisamenti, fece avvertire la regina di quanto accadeva, onde quelli de' suoi cavalieri che le restavano stessero in guardia contro quell'invasione, ed il conte aspett il torneo.
I combattenti giunsero.
Il conte li accolse con gli onori dovuti alla loro condizione, e volgendosi a Ramsay, gli disse:
Con quali armi vi piace che combattano i cavalieri?
Con gli scudi di metallo, rispose Ramsay.
No, no, replic il conte; con tali armi vi sarebbe ben poco onore da acquistare. Serviamoci piuttosto di quelle armature leggiere che portiamo ne' giorni di battaglia.
Con giustacuori di seta, se pur vi garba, rispose Alessandro Ramsay.
Si scelsero le armature leggiere.
Giunse il d del torneo.
I principali cavalieri inscritti erano, dalle parte degli Scozzesi, Graham, Douglas, Ramsay e Liddesdale.
Dalla parte degl'Inglesi il conte Derby ed il barone Talbot.
Ciascuno di questi sapeva essere un vero nemico col quale doveva combattere, dal perch il conte Derby loro non aveva lasciato ignorare i progetti della Scozia, ed aveva anche detto a Talbot:
Barone, vi contenterete della vostra armatura leggiera?
S, quegli avea risposto.
Or bene! se volete seguire il mio consiglio, ve ne porrete una foderata almeno al petto.
Perch?
Perch se abbiamo indovinato di avere dei nemici serii ne' nostri avversar essi non ci risparmieranno; poich dal canto loro, debbono saper benissimo che non useremo ad essi gran riguardo, ed il re d'Inghilterra ha troppo bisogno de' suoi valorosi cavalieri perch io vi lasci esporre senza ragione.
Grazie del consiglio, monsignore, lo seguir.
Qualche lettore insofferente avr gi incominciato ad arricciare il naso vedendoci ingolfare nei ragguagli di questo torneo; ma giuoco forza n' parlarne un po' diffusamente, dal perch fu un torneo de' pi micidiali e al tempo stesso de' pi belli di quell'epoca.
Il conte Derby dovea combattere Liddesdale e Ramsay; Talbot, Graham ed un altro cavaliere scozzese di cui ne manca il nome.
Poi venivano altri cavalieri, prodi, ma non degni di nota quanto quelli che abbian test citati.
Dopo molti scontri insignificanti, il cavaliere di Liddesdale and a battere lo scudo del conte Derby. Questi usc dal suo steccato.
Liddesdale non avea finito due volte la carriera, che ferito nel braccio destro, era obbligato ad abbandonare la giostra.
Il conte rientr nel suo steccato fra gli applausi degli spettatori, e Talbot, il quale entr in luogo di quello, and a toccare lo scudo di sir Patrizio Graham, ch'era formidabile campione.
Allora Talbot seppe grado al conte del consiglio, il perch la lancia del suo avversario gli trapass la doppia corazza che indossava, e penetr un pollice addentro nella carne.
Con la sua corazza da guerra stato ei sarebbe inevitabilmente ucciso.
Cos termin il primo d del torneo.
Alla sera, a cena, un cavaliere inglese volle vendicare la sconfitta di Talbot e sfid Graham di compiere il d vegnente, tre volte la carriera contro di esso.
Ah! disse quegli, vuoi misurarti meco? Ebbene! giacch ti  venuto quest'uzzolo, lvati domani di buon'ora, e confessa i tuoi peccati, il perch, a sera, renderai conto a Dio.
La voce di quella sfida si sparse, ed il domani, quando Graham, gi vincitore nel giorno antecedente, ricomparve in lizza, gli occhi di tutti si fisarono su di lui, perch tutti erano curiosi di sapere se ei vincerebbe la sua sanguinosa scommessa.
Patrizio Graham s'inoltr sino a met della lizza e vedendosi venire incontro il suo avversario, gli grid:
Messere! avete fatto come vi dissi ieri sera?
Non pi di voi, messere.
Allora morirete senza confessione, il che  una disgrazia per un buon cristiano come credo che siate.
Ed appena Graham avea cos parlato, prese spazio, assicur la lancia, e correndo con tutta la lena del proprio cavallo sul cavaliere inglese, gli pass la lancia traverso il corpo.
Il cavaliere cadde a terra.
Quando venne rialzato, egli era morto. Cotanto rapido e terribile era stato lo scontro, che l'ammirazione cedeva allo spavento.
Graham si ritir in mezzo al silenzio generale. I plausi non iscoppiarono se non quando ricomparve il conte Derby.
Le dame e damigelle di S. Giovanni d'Angely avean ragione di dire che il conte Derby era il pi bel cavaliere che veder si potesse sur un palafreno.
Ei non temea rivali per l'eleganza quando si present nella lizza, e nondimeno era pallido e gli bolliva il sangue perch avea sete di vendicar la morte di colui che pocanzi avea veduto uccidere.
Guglielmo Ramsay parente di Alessandro Ramsay, del quale abbiam parlato pi sopra, rispose alla chiamata del conte.
Guglielmo Ramsay era tanto pro' cavaliero quanto suo fratello.
I due avversari piombarono l'uno sull'altro.
Guglielmo, al pari del suo predecessore, mirava al petto.
Il conte mirava alla testa.
Le due lance si ruppero, i due cavalli piegarono sui garretti, ma i due campioni rimasero in sella.
Ciascuno riprese una lancia e ricominciarono.
Quella seconda volta l'esito non fu eguale.
La lancia di Guglielmo sbrisci, e quella del conte, attraversando l'elmetto dell'avversario, glielo inchiod sul cranio.
Guglielmo apr le braccia e cadde.
Tutti lo credevano morto, e nullameno respirava ancora, ma cos debolmente che appena lo ebbero trasportato nel suo steccato, gente corse a cercare un prete.
Guglielmo si confess senza perder tempo a levarsi di capo l'elmetto.
Dio mi faccia la grazia, disse il conte Derby, il quale d'altro ormai pi non si occupava che di prodigar cure al ferito, di potermi confessare con l'elmo in testa, e di morire nella mia armatura.
Quando la confessione fu terminata Alessandro Ramsay distese suo fratello per terra in tutta la sua lunghezza, ed appoggiando il piede destro contro la testa del paziente, riun tutte le proprie forze, e cav il pezzo di lancia nello stesso tempo dall'elmetto e dalla testa. Dopo di che Guglielmo si alz, e stropicciandosi la testa, disse sorridendo:
Su via,  mal che finir presto.
I tornei erano terminati.
Si distribuirono i prem, ne' quali il conte fece pompa di tutta la sua munificenza, e ciascheduno se ne and per dove era venuto.
In quanto al conte, part definitivamente per Calais, ove trov ogni cosa nel pristino stato.
Quali notizie, cugino? disse il re, dopo di avere abbracciato il conte.
Buone, sire; la Scozia si prepara ad un'invasione in Inghilterra.
E questa la chiamate buona notizia? replic Edoardo.
Mades, sire, il perch tutto il paese  avvisato, e se a loro non succede disgrazia, ne sarei sorpreso. Credete dunque, monsignore, che avrei lasciato l'Inghilterra se il vostro bel reame avesse corso il menomo pericolo?
Va bene disse il re. Aspettiamo qui.
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Capitolo 5.
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Erano le cose in questo stato quando sorse un incidente nuovo che vorremmo invano passar sotto silenzio.
Ramsay e Liddesdale, erano vecchi amici e vecchi compagni d'arme, ed erano sempre stati al fianco l'uno dell'altro, quando erasi trattato di respingere l'invasione degl'inglesi.
Ma accadde che in una delle ultime battaglie, Ramsay prese d'assalto il castello forte di Roxburgh, il che lo fece di pi progredire nell'amicizia del re.
Nel momento in cui andava a farsi l'invasione, e qualche tempo dopo il torneo, David Bruce volle ricompensare quel fatto d'armi, e nomin Ramsay sceriffo della contea di Roxburgh, impiego che, per lo innanzi, era disimpegnato dal cavaliere di Liddesdale.
L'amicizia di questo per Ramsay non seppe resistere al cordoglio che prov allorch venne a sapere che il re lo spodestava per favorire l'amico suo.
Un giorno in cui Ramsay amministrava la giustizia ad Harwick, venne assalito da una truppa d'uomini armati fra i quali ravvis Liddesdale.
Ramsay fu ferito, ma, convinto che il suo amico non potea volerlo morto, si fece trasportare nel solitario castello dell'Eremitaggio situato nelle paludi di Liddesdale.
Col venne gettato in un buio carcere, la cui porta si chiuse per non riaprirsi giammai.
Attraverso alle fenditure della soffitta di quel carcere, al di sopra di cui trovavasi un granaio, cadevano alcuni chicchi di grano che per varii giorni furono l'unica sussistenza del prigioniero, che succumbette nondimeno ed i cui ossami vennero ritrovati quattrocento anni pi tardi da un muratore che scavava nelle rovine del castello dell'Eremitaggio.
Quando David Bruce conobbe tal commesso delitto, moltissimo ne fu corrucciato e lo volle vendicare; ma il cavaliere di Liddesdale era troppo potente onde venir punito; il re poi, in quel mentre, di tutt'altra cosa aveva ad occuparsi che non di castigare un uomo del quale era alla vigilia di trovarsi in grande bisogno.
Fraditanto il cavaliere serb ricordanza delle persecuzioni che contro di lui tentato avea David Bruce, e promise a s stesso di vendicarsene un giorno ove gli se ne presentasse l'occasione.
In questo frattempo, continuavano i preparativi del re.
Egli cominci con levare un esercito considerabile, e convinto che niuno i suoi progetti conoscesse, e fidando nell'assenza del re, entr in Inghilterra dalla parte delle frontiere occidentali e marci sopra Durham, tutto devastando per dove ei passava, ed in Inghilterra rinnovando ci che Edoardo ed il conte Derby fatto aveano in Francia pocanzi.
David Bruce marci per alla volta di Durham con ugual fiducia sempre.
Ma i lordi delle contee settentrionali aveano dal canto loro, messo insieme un esercito, e, dopo avere sconfitto la vanguardia dell'oste scozzese, piombarono all'improvviso sul principale corpo d'armata.
L'oste inglese, in cui eranvi molti ecclesiastici, marciava intuonando inni sacri e portando un crocefisso per istendardo.
Iddio protesse coloro che lo prendevano a guida.
Ad ogni passo gli Scozzesi trovavano combattenti nuovi che sembravano uscir dalla terra come i combattenti di Cadmo.
La regina d'Inghilterra era venuta ella stessa sino nella citt di Neufchtel sulla Tyne, accompagnata dall'arcivescovo di York, dall'arcivescovo di Cantorbery, dal vescovo di Durham e da quello di Lincoln, dal sire di Percy, dal sire di Ros, dai sire di Monbray e dal sire di Neufville, a' quali partendo per Calais avea fatto le pi importanti raccomandazioni.
Nello stesso tempo giungevano in soccorso degl'Inglesi torme di gente da' paesi del Nord, del Northumberland e di Galles, dal perch ognuno era ansioso di combattere gli Scozzesi, tanto per l'amor della regina che per la salvezza del paese. Quando il re di Scozia e le sue genti furono consapevoli che gl'Inglesi eransi raunati a Neufchtel per correre incontro ad essi, mandarono scorridori fin presso quella citt. E questi bruciarono cammin facendo alcuni piccoli casali dei quali, dal sito ove trovavansi, gl'Inglesi scorgevano le fiamme.
La domane, David Bruce e tutto il suo esercito che componeasi meglio di un quarantamila uomini, se ne vennero ad alloggiare a tre piccole leghe di distanza da Neufchtel, nella terra del signor di Neufville, e fecero dire a quelli che erano chiusi nel castello che se volessero uscire, volentieri li combatterebbero.
Gl'Inglesi vi acconsentirono, ed uscendo dalla citt, si videro in numero di 1,200 uomini d'arme, tremila arcieri e cinquemila altri uomini Gallesi.
Veggendo s piccol numero, gli Scozzesi, sicuri della vittoria, si disposero in battaglia come pure facevano gl'Inglesi.
Gl'Inglesi erano disposti in quattro battaglie o corpi. Il vescovo di Duhram ed il sire di Percy comandavano la prima. L'arcivescovo di York ed il sire di Neufville la seconda. Il vescovo di Lincoln ed il sire di Monbray la terza. Ser Edoardo di Bailleul e l'arcivescovo di Cantorbery la quarta.
La regina Filippa di Analto stava in mezzo alle sue genti, qual fatto avea alcuni anni prima la contessa di Mordine, e le andava esortando a combattere valorosamente per l'onore del re e del regno.
E siffatte esortazioni erano dalla regina principalmente rivolte ai quattro prelati ed ai quattro baroni, e questi d'uopo non ne aveano, dal perch eran tali da sdebitarsi lealmente di lor missione, vi fosse il re o non vi fosse.
Poco dopo la partenza della regina la quale ritirossi a Neufchtel, le battaglie s'incontrarono.
Gli arcieri da ambo le parti, si posero all'opra; ma gli arcieri scozzesi non seppero resistervi lungamente. Questo primo urto fu forse il pi terribile che rinvengasi in relazione di combattimenti.
Ciascuno facea s bene dal canto suo, gli Scozzesi per riparare a' precedenti scacchi, gl'Inglesi per attenere la promessa fatta alla regina, che la battaglia, cominciata la mattina, durava tuttavia a quattr'ore di sera.
Sir John Graham offr di disperdere gli arcieri Inglesi, i quali tiravano ed uccidevano coll'abilit consueta, e pe' quali cominciava a decidersi la vittoria, ove a lui confidar si volesse un corpo di cavalleria. Ma quantunque il successo di un simile tentativo avrebbe deciso dell'esito della battaglia di Bannackburn, ei non pot ottenerlo.
Allora il disordine cominci a poco a poco, a mettersi nell'oste scozzese.
Sire, disse Alessandro Ramsay al re di cui portava la bandiera, voi vi esponete troppo; siete ferito, ritiratevi.
E che m'importa? disse David Bruce; noi conserveremo il posto, o mi far uccidere come l'ultimo de' miei arcieri.
In quello stesso momento, una seconda freccia fer il re alla spalla.
Allora, armato di un'accia, si precipit nel folto de' nemici come il pi oscuro de' suoi soldati.
Un uomo lo avea riconosciuto.
Quest'uomo chiamavasi John Copeland, ed era gentiluomo del Northumberland.
Egli attravers rapidamente, e and difilato al re di Scozia.
Allora una disperata lotta impegnossi fra il re ed il gentiluomo. Il primo comprendeva che morto o preso, assicurava la vittoria agli Inglesi, e l'altro, che se non s'impadroniva presto del suo avversario, sarebbe stato infallibilmente ucciso da quelli i quali sarebbero venuti in soccorso del re.
Un colpo violento ricevuto da David Bruce sul braccio destro gli fece cadere a terra l'accia. John Copeland profitt di questo momento, e afferr a mezza vita il suo reale avversario, il quale, con uno sforzo disperato riusc ad impadronirsi del suo pugnale con cui fece saltare due denti al gentiluomo. Ma questi non abbandon la presa, ed il re, spossato dalla lotta e dalle due ferite rest in potere del cavaliere inglese.
A contare da tal momento, la battaglia era finita.
Alessandro Ramsay vol a soccorso del suo signore, ma non riusc che a farsi uccidere sotto i suoi occhi.
John Copeland, con una ventina d'uomini, ruppe la folta, e cavalc tanto che, in quello stesso giorno fece quindici leghe e che alla sera il re David Bruce era gi rinchiuso in un castello chiamato Castello-Orgoglioso, appartenente a quello che lo avea preso e che giur di non consegnare il proprio prigioniero che allo stesso Edoardo.
L'ala sinistra dell'armata scozzese avea continuato a tener forte qualche tempo dopo la cattura del re, ma inutilmente, e riusc ad eseguire la ritirata sotto il comando del conte di Marck, marito della contessa di Mark, la quale chiamavasi Agnese la Nera, e che nell'assenza di suo marito alcuni anni prima, avea con tanta prodezza difeso il castello di Dumbar contro Salisbury.
Cos notevole fu la difesa che Agnese la Nera opr contro le armi di Salisbury, che merita una digressione a suo encomio, sebbene altrove accennata di volo da noi in questo racconto.
Il conte di Mark aveva abbracciato il partito di David Bruce, e si era posto in campagna col reggente. La contessa cui il suo bruno colorito avea fatto dare il nomignolo di Nera, era la degna figlia di Tommaso Randolph, conte di Mercy. Il castello di Dumbar che essa abitava, era edificato sur una catena di rupi che si estendevano fino al mare. Non aveva che un solo passaggio il quale conducesse nell'interno della torre, e quel passaggio era cos ben fortificato che stimato veniva inespugnabile.
Frattanto quel castello venne attaccato da Salisbury che tent tutti i mezzi affine d'impadronirsene.
Cominci col fare avanzare alcune macchine belliche che scagliavano enormi pezzi di macigno; ma Agnese la Nera, impassibile sui baluardi non rispondeva a quegli assalti in altra guisa che stergendo con una pezzuola bianca i siti dove le pietre avventate dalle macchine inimiche venivano percuotendo, come se quegli assalti ad altro non avessero servito che a produrre un po' di polvere.
Allora il conte fece costruire una specie di casa agevole a muoversi per via di ruote, che si chiamava una Troia, la cui forma era anzi che no somigliante al dorso di un cignale. Codesta macchina che facevasi rotolare contro il castello cui volevasi assaltare, teneva al coperto dai dardi e dalle pietre degli assediati gli assedianti che racchiudeva, ed i quali allora tiravano a loro bell'agio e cercavano di minare le mura o di aprire con azze e marre doppie una breccia.
Quando la contessa ebbe veduta quella macchina avvicinarsi alle mura del castello, grid al conte di Salisbury con accento beffardo:
Salisbury, guardingo sta
Ch la tua troia, di porcellini
Grossa ventrata partorir.
Ci dicendo, la Nera faceva un segnale, ed un enorme pezzo di macigno che avea fatto apprestare espressamente venne precipitato dall'alto della muraglia sulla troia, il cui tetto fu fracassato in mille tritoli. Allora Agnese grid, vedendo fuggire gl'Inglesi, i quali volevano evitare la caduta de' rottami e le frecce che ad essi scagliavansi dal castello, e contro cui nulla pi li guarentiva:
Vedete, vedete che bella ventrata di porcellini inglesi!
Dalla moglie s'inferisce ci che dovesse essere il marito. La ritirata si effettu dunque in modo mirabile sotto il suo comando. Gli Scozzesi ebbero quindicimila morti circa.
Quando la regina d'Inghilterra seppe quanto era accaduto, mont sul suo palafreno e accorse quanto pi presto le venne fatto sul luogo ove avvenuta era la battaglia. Chiese allora che cosa fosse successo del re di Scozia. Le si rispose che John Copeland lo avea preso e condotto con esso lui.
La regina Filippa scrisse allora al cavaliere di Copeland, ingiungendogli di condurle il suo real prigioniero, aggiungendo che avrebbe dovuto far ci senza por tempo in mezzo.
Di codesta lettera ad uno de' suoi cavalieri, il quale part a spron battuto per alla volta del Castello-Orgoglioso.
Madama Filippa ritorn sul campo di battaglia, dove erasi radunata l'intiera oste inglese, con cui ella si congratul sommamente.
Col, il conte di Moret, messer Guglielmo di Douglas, messer Roberto di Ressi, messer Anebaldo di Douglas, il vescovo di Aberdun, quello di Sant'Andrea, il cavaliere di Liddesdale, e finalmente tutti i nobili prigionieri cui fatto aveano gl'Inglesi, furonle presentati.
Il d vegnente giunse la risposta di John Copeland.
Non potea quella risposta essere pi positiva.
Il cavaliere Copeland ricusava formalmente di consegnare il suo prigioniero a tutt'altri che al re, aggiungendo che Davide Bruce era ben custodito, e che non v'era pericolo che fuggisse.
La regina non pot cavarne altra cosa, e non fu contenta dello scudiero.
Ella scrisse al re l'esito della battaglia, ed il re fece dire a John Copeland di condursi in persona a rendergli conto a Calais della sua fortunata cattura.
Allorch questa notizia fu conosciuta, il conte di Liddesdale, quegli che avea fatto morire Alessandro di Ramsay, e che, come test abbiam detto, era prigioniero degl'Inglesi, chiese di parlare alla regina.
Madama, ei le disse, vorrei vedere il re d'Inghilterra, cui avrei da dire cose delle quali ei mi sapr per fermo buonissimo grado. Vengo a domandarvi di lasciarmi, sulla mia parola, recare presso lui col sire di Copeland, di cui sar il prigioniero.
Ci che il conte di Liddesdale implorava gli fu accordato, e part col cavaliere.
Davide rest rinchiuso in un castello situato sulla strada del Northumberland e di Galles.
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Capitolo 6.
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Quando Edoardo vide lo scudiere e seppe esser quello sir John Copeland, fecegli buonissima accoglienza, e prendendolo per mano, gli disse:
Benvenuto  il mio scudiere che col suo valore, ha fatto prigioniero il re di Scozia nostro avversario.
Sire, disse allora John Copeland, ben meschina impresa fu la mia e chiunque tratta lancia e spada avrebbe potuto trarla a fine; ma non vogliate avermi in uggia se non consegnai il mio prigioniero a madama la regina, come ella mel chiedeva, mentre io dipendo da voi, ed a voi ho fatto il mio giuramento.
Il buon servigio che ne avete renduto, disse il re, val bene che siate scusato di tutte cose, e vituperati sieno tutti coloro che pensarono male di voi! Ecco ci che farete. Partirete da Calais, ritornerete al vostro castello, prenderete il prigioniero e lo condurrete appo mia moglie. E per ricompensarvi, v'innalzo al grado di cavaliere bannereto, e vi ritengo scudiero a guardia del mio corpo e del mio palagio, e vi assegno una rendita di seicento lire sterline.
Sire, disse allora John, far come imponete; ma condussi meco il sere di Liddesdale, anch'esso vostro prigioniero, che ottenne da madama la regina la licenza di venirvi a vedere e trattar con voi per il suo riscatto.
Ebbene! conducete al nostro cospetto cotesto prigioniero che noi terrem qui se il suo riscatto non ci conviene, e che rimanderemo se ne conviene.
Quando lo scudiere fu partito, il cavaliere di Liddesdale venne ammesso appo il re.
Sire, disse questi ad Edoardo, non vengo soltanto per offrirvi il mio riscatto, ma per darvi un buon consiglio.
Un buon consiglio! e come mai un nemico, un mio prigioniero, vuol rendermi servigio?
Perch, sire, ei vuol forse vendicarsi di quello o di quelli al cui servigio si  fatto prendere.
Sembra che il consiglio fosse buono ed il servigio vero, perocch, alla fine di quel primo abboccamento, Edoardo disse al conte:
Va bene, messere; vi ringraziamo di tutto quanto ne avete detto, e ne faremo nostro pro. Siate tranquillo, il re Davide Bruce  in buone mani, e non rivedr cos presto quel paese in cui non ha saputo restare. Voi, messere, siete libero; i servigi come quello che ora mi avete renduto valgono quattro taglie come quella che vi si sarebbe potuto domandare.
Il conte di Liddesdale abbandon allora la Francia e fece ritorno in Iscozia, ov'era gi conosciuto il suo viaggio a Calais. In quel mentre, John Copeland era ritornato in Inghilterra, annunciando l'ordine ricevuto da Edoardo e i doni avuti da quel monarca. Tutti quei che l trovavansi gli fecero compagnia affine di guardare il prigioniere durante il suo trasferimento da Castello-Orgoglioso alla citt di Berwick, ove trovavasi la regina.
Condotto, sotto buona scorta, Davide Bruce a Berwick, John lo present a madama Filippa, la quale era ancora un po' corrucciata del rifiuto che esso scudiere aveale fatto di condurglielo pi presto, ma che obbli il suo risentimento vedendo di avere ottenuto quanto ella voleva ed udendo le buone ragioni che Copeland le diede.
Allora, ella non ebbe pi che un pensiero, e fu di transitare in Francia appo il marito ed il figlio, cui da lungo tempo non avea veduto.
Essa forn di quanto occorreva la citt di Berwick, il castello di Rosebourg, la citt di Durham e quella di Castel-Nuovo sul Reno, del pari che tutte le guarnigioni sulle strade di Scozia.
Confid la buona custodia del paese di Northumberland ai signori di Percy e di Neufville; dopo di che part da Berwick, se ne ritorn a Londra, conducendo seco il re di Scozia, il conte di Moret e tutti gli alti baroni che erano stati fatti prigionieri.
La sua entrata in Londra fu un vero trionfo, ed inesprimibile la gioia degli Inglesi alla vista del re di Scozia.
La regina fece chiudere i suoi prigionieri nella fortezza di Londra, ed ordin i preparativi della sua partenza.
Part quindi e giunse felicemente a Calais, ove andremo a trovarla fra poco.
Ritorniamo adesso al sere di Liddesdale.
Conosciuta era la sua visita al re d'Inghilterra, noi l'abbiam detto, e gli Scozzesi, vedendo ritornare il prigioniero, credettero che esso intavolato avesse con Edoardo un trattato relativo alla liberazione del loro re. Ma erano ben lunge dalla verit, e a poco a poco, cominciarono a credere che quella visita, invece di un servigio renduto alla Scozia, esser potea benissimo un tradimento.
Allora torn a tutti alla memoria un fatto importante, che il conte, cio, avea morto Alessandro Ramsay, e che non avea giammai perdonato al re Davide Bruce d'avernelo voluto punire.
Le supposizioni erano pertanto sulla buona via di divenire certezza, quando una mattina Guglielmo di Douglas, suo parente e figlioccio, gli propose una partita di caccia nella foresta d'Ettrick.
Il cavaliere di Liddesdale che era cacciatore esimio, non si fece replicare l'invito accett; la sera istessa si portava a casa il cadavere del cavaliere: Guglielmo di Douglas lo aveva ucciso.
E fu ad ogni modo fortunato, dal perch ognuno dimentic l'ultima azione della sua vita, preferendo ricordarsi soltanto i servigi renduti, e la morte sgraziata e fortuita di costui.
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Continuava tuttora l'assedio davanti Calais, e gl'Inglesi aveano molto da fare.
Il re di Francia, difatti, cui non era riuscito soccorrere la Scozia, avea cos bene guarnite le fortezze delle contee di Guines, dell'Artese e di Bologna, non che i dintorni di Calais; avea messo sul mare tanti Genovesi e Normanni, che gli Inglesi, i quali voleano uscir dalla loro citt per cercar ventura, faceano soventi volte scontri duri e pericolosi.
Un assedio definitivo non aveva luogo,  vero, ma non passava giorno che non vi fosse qualche guerricciuola con molti morti dall'una e dall'altra parte.
Laonde il re d'Inghilterra ed il suo consiglio passavano i giorni e le notti ad inventare ingegni e combinar macchine affine di meglio attaccare e strignere que' di Calais. Ma in nulla si riusciva con essi, e quindi lo affamarli era per fermo l'unico spediente che gli assedianti potessero porre in opra.
Ma anche a questo spediente si opponeva un ostacolo, dal perch eranvi due uomini, due marinari, che si trasformavano come Protei, isfuggendo a guisa di ombre, i quali di continuo provvedevano di vettovaglie la citt.
Que' due marinari chiamavansi, uno Marant, l'altro Mestriel.
Gl'Inglesi erano stati lungamente prima di conoscere in qual guisa i viveri giungevano a quei di Calais; ma aveano alla per fine sorpreso i due protei suddetti in flagrante delitto di commercio con la citt.
Aveangli allora inseguiti: ma pi profittevole sarebbe stato inseguire fantasmi; ch davvero meritavansi costoro il nomignolo di Protei che loro abbiamo dato.
I due marinari scappavano ogni volta che gl'Inglesi lor si poneano alle calcagna, e non solo scappavano, ma siccome conoscevano il mare e le strade meglio de' loro persecutori, attiravano questi fra gli scogli, o facevanli cadere in imboscate, n, pi n meno di quel che si racconta facessero le sirene col canto e la Lore-Ley con gli echi.
Ci dur lungo tempo, dal perch il re d'Inghilterra soggiorn tutto il verno innanzi Calais, e fu gioco forza rinunziare a volersi impadronire di que' due uomini che erano ormai addivenuti l'unico soccorso degli assediati.
Edoardo terzo, in tutto il tempo che dur l'assedio, si occup assiduamente a restare in amicizia colle comunit di Fiandra, poich era sua opinione che soltanto per esse ei giungerebbe nella pi agevol guisa al suo intento. Finalmente il re d'Inghilterra fece ai Fiamminghi tante e tante promesse che questi, i quali, del resto, non bramavano di meglio, si lasciarono commovere.
In ricambio de' loro soccorsi, i Fiamminghi chiesero al re la restituzione di Lilla, Douai e loro pertinenze.
Edoardo promise farli paghi, e questi a norma della convenzione si mossero ad assediare Bthune.
Colui che li comandava era un capitano a nome Edoardo di Renty, che sbandito dalla Francia, avea rivolte le armi contro Filippo.
Ma que' che difendevano Bthune eran quattro prodi cavalieri, Goffredo di Chargny, Baldovino Dennefrin, Giovanni di Handar, ed Eustachio di Ribeaumont, nostra vecchia conoscenza.
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Capitolo 7.
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Tanto era ben difesa la citt di Bthune dai quattro cavalieri test nominati; che gl'Inglesi nulla poterono contro essa.
Edoardo terzo allora ritorn alla sua prima idea, di volere, cio, che Luigi di Male, divenuto conte di Fiandra per la morte del padre, ucciso a Crcy, sposasse sua figlia Isabella.
Era questo un ardito progetto.
Di qualunque interesse sia una politica combinazione, diventa se non altro difficile quando si tratta di fare sposare ad un uomo la figlia di quello che gli ha ucciso il padre.
Perch ci accada, fa mestieri o che gl'interessi sieno molto potenti, o che costui sia un figlio molto cattivo, o che la donna sia molto avvenente.
Fraditanto, il comune di Francia, vedendo solo i grandi vantaggi che emerger poteano da quella alleanza e rammentandosi la promessa fatta da Gherardo Denis, accordavisi intieramente ad acconsentire a quel maritaggio, e non avea ritegno di dire che lo desiderava, della qual cosa molto rallegravasi Edoardo, dal perch con tal mezzo si avvarrebbe molto meglio e pi sicuramente de la Fiandra, tanto pi che a' Fiamminghi parea, ed a ragione, che avendo l'Inghilterra per alleata, potrebbero arditamente far fronte al re di Francia, la cui protezione era lunge dal poter riuscir loro proficua al par dell'altra.
Da un'altra parte, il conte Luigi di Male, che era stato educato alla corte di Francia diceva ci che noi pur test dicevamo, che egli, cio, non sposerebbe mai e poi mai la figlia di quell'uomo per causa del quale suo padre era morto.
Una seconda difficolt affacciavasi, il duca Giovanni di Brabante, cio, il quale desiderando ardentemente che il giovine conte sposasse sua figlia, in faccia al principe, assumeva l'impegno di farlo godere intieramente della contea di Fiandra; ma nel tempo istesso facea capire che, ove tale imeneo fosse avvenuto, tanto farebbe che i Fiamminghi tutti sarebbero d'accordo con lui ed avversi al re d'Inghilterra. Conseguenza di ci era che il re di Francia acconsentiva al matrimonio di Brabante.
Quando il duca ebbe l'assenso del re di Francia, invi molti messaggieri in Fiandra, diretti ai borghesi pi influenti. Alle corte, seppe cos ben colorire le ragioni che ad essi portava, che i consigli delle buone citt di Fiandra invitarono il giovine conte signor loro, facendo a lui sapere che buoni e leali sudditi gli sarebbero, ove in Fiandra venir volesse e seguire il loro consiglio, e che lo investirebbero di tutte le amministrazioni di giustizia e giurisdizioni, pi e meglio che verun altro conte suo antecessore. Il conte arriv e fu con grandissima gioia ricevuto.
Ma appena Edoardo terzo fu fatto consapevole di quanto accadeva, mand subito in Fiandra il conte di Norhantonne, il conte di Arundel, ed il signore di Cobehen, i quali tanto parlamentarono e s bene investigarono le comunit di Fiandra che fuvvi un cambiamento nelle opinioni, ed i Fiamminghi quindi, con tutto che altramente avessero detto sino a quel giorno, spiegaronsi avere essi a caro che il lor signore prendesse a donna la figlia del re d'Inghilterra piuttosto che quella del duca di Brabante.
Da ci vedesi che la politica, in quel tempo, si trattava ancora con una commovente schiettezza.
Nondimeno, per quanto il consiglio fosse buono, il conte non volle seguirlo, ripetendo ostinatamente che nulla al mondo potrebbe costringerlo a condurre in moglie la figliuola di quell'uomo per le cui pretensioni eragli stato morto il padre.
I consiglieri ebbero un bel dire al giovine conte che ove suo padre avesse seguito i consigli che gli si davano avrebbe stretto alleanza con Edoardo e morto non sarebbe. Il figlio lasci che i consiglieri cantassero a loro talento e fu irremovibile nella sua volont. I Fiamminghi allora, vedendo che nulla otteneano col raziocinio, posero in opra l'ultimo espediente che loro avanzava. Presero il conte e lo rinchiusero in una prigione cortese, ma che non pertanto era una prigione, gli dissero, con tutto il rispetto che professavano al loro signore, come quanto trovavansi obbligati a fare fosse diretto a suo bene, e che, non volendo egli accondiscendere al loro desiderio di buon grado, volevano ch'ei fosse felice per forza.
Il conte fu saldo per qualche tempo; ma non essendo avvezzato alla reclusione, e non avendo niuna propensione a far l'uso a siffatto monotono genere di vita, fin col cangiar di parere. Disse adunque ai Fiamminghi che seguirebbe il loro consiglio, dal perch maggiori beni doveangli provenire da essi che non da tutt'altro paese.
Queste parole ammaliarono i Fiamminghi, i quali aprirono la prigione e lasciarono che il conte riprendesse porzione delle sue occupazioni consuete, come, per esempio, quella di andarsene a caccia di uccelli acquatici sulle rive de' fiumi, passatempo che il prigioniero amava moltissimo, e di cui gli spiacea non poco esser privo. Ma non cessarono per dal sorvegliarlo, e la sua prigione fu da allora in poi ad aria aperta, invece d'essere fra quattro mura, mentre, come dice Froissart, lo adocchiavano s da vicino che appena poteva soddisfare a' suoi pi ovvii bisogni, senza testimoni.
Ci dur in tal guisa, finch i Fiamminghi non ebbero fatto dire ad Edoardo ed a madama Filippa, i quali erano tuttora innanzi Calais, di recarsi alla Badia di Bergues, affine di conchiudere il matrimonio accettato finalmente dal conte.
Fu adunque stabilita la giornata onde le due parti si trovassero il d convenuto fra Neuport e Gravelines.
Col recaronsi gli uomini pi ragguardevoli delle buone citt di Fiandra, con esso loro conducendo il giovine conte, il quale cortesemente inchinossi innanzi al re e alla regina d'Inghilterra giunti prima di lui e aventi a seguito gran calca.
Edoardo prese il conte per la mano e si scus della morte di suo padre con quelle dolci e benevole parole che sapea s ben trovare, aggiungendo ch'egli non avea voluto sentir parlare del conte di Fiandra n il primo n il secondo giorno della battaglia di Crcy.
Luigi di Male sembr soddisfattissimo delle ragioni che Edoardo adducevagli, n pi d'altro si parl che del matrimonio e delle clausole di quello. Poi si pass a discutere su certi trattati da farsi e certe obbligazioni da serbarsi, dopo di che il conte fu fidanzato a madama Isabella figlia del re d'Inghilterra, e promise di sposarla. Il matrimonio fu procrastinato ad un'epoca in cui vi sarebbe maggior agio a farlo, e gl'Inglesi se ne tornarono davanti Calais, mentre i Fiamminghi battevan la strada di Fiandra, gli uni e gli altri pienamente a vicenda soddisfatti.
In questo stato rimasero le cose.
Il rimanente del tempo, fino al giorno stabilito pel matrimonio, venne dal re d'Inghilterra speso ad allestire i preparativi necessari onde pomposissima riuscisse la festa, e a scegliere belle e ricche gioie di cui avea divisato far regali in tale occasione.
La regina che anche essa volea ben figurare, super in donativi tutte le dame di quel tempo.
Il giovine conte, ritornato in Fiandra, continu in quel diporto che tanto gli gradiva e che, come detto abbiamo, consisteva nell'andare a caccia d'uccelli d'acqua sulla riva de' fiumi. Ei sembrava contentissimo del convenuto matrimonio, e lo accettava anche con piacere maggiore assai di quanto pensato avessero coloro che glielo aveano consigliato.
I Fiamminghi, convinti della schiettezza del loro signore, rallentavano un po' la loro vigilanza, la quale, dopo le cose avvenute, potea parere un insulto.
Il marted 3 aprile, giorno delle feste di Pasqua giunse.
Otto giorni dopo dovea celebrarsi il matrimonio.
L'alba del 3 aprile, spuntando senza una nube condusse seco una magnifica giornata. Il tempo non potea essere pi bello. Perci il conte si alz di buon'ora e mand a cercare il suo falconiere; il quale arriv correndo.
Ambedue si posero in cammino. Ambedue erano a cavallo.
Cos camminavano da qualche tempo, quando il falconiere vedendo alzarsi un airone, gli slanci contro l'uccello cacciatore, ed il conte fece altrettanto.
I due falconi si posero in caccia e Luigi di Male dopo di essi.
Chi lo avr? chi lo avr? replicava egli spronando il suo cavallo. Ed il cavallo galoppava innanzi, ed il principe lasciavasi addietro il falconiere il quale, in fatto di cavalcatura era ben lungi dal poter gareggiare con quello.
Quando il principe si credette ad una certa distanza, si volt addietro e vedendo che, per quanto far volessero i suoi custodi nol potrebbero raggiungere, cacci gli sproni nel ventre del cavallo e s'intern ne' campi.
Dapprima si tent d'inseguirlo, ma ben presto si accorsero che la cosa era inutile.
Il conte pass nell'Artese, ove era in piena sicurezza. Di l si condusse appo Filippo sesto cui narr come fosse stato obbligato a fare quanto fatto aveva, e come, per amore che ad esso re portava, era sfuggito alla prigione ed al matrimonio.
Filippo sesto si congratul con esso lui del suo coraggio e fedelt.
In quanto ad Edoardo, quando gli fu nota la fuga del conte, siccome sapeva con certezza che i Fiamminghi in nulla v'entravano, e siccome d'altronde era di suo interesse che la stabilita alleanza con loro fosse conservata, accett benignamente le scuse che gli vennero umiliate, e fraditanto, d'altro pi non si di pensiero che dell'assedio di Calais.
Detto veramente sarebbesi che il re si fosse proposto di passare il rimanente della sua vita davanti a quella citt, tanto poco parlava di andarsene, e tanto ne facea, con tutti i suoi comodi mai immaginabili l'assedio.
Ei col teneva la sua corte come a Londra, ed ora i cavalieri di Fiandra e di Brabante, ora quei d'Analto e d'Alemagna che conducevansi a visitarlo ei regalmente accoglieva e di ricchissimi presenti ricolmava.
In quel tempo istesso fece di Prussia ritorno messer Roberto di Namur, che dal sire di Spantin era stato fatto cavaliere in Terra Santa.
Roberto di Namur era giovine e coraggioso, amante le imprese di guerra e le belle prove d'armi. Di pi, ei non erasi impegnato verso veruno de' due re che l'un contro l'altro combattevano, ma siccome era nipote di Roberto d'Artois, cui s bene accolto avea Edoardo, la propria inclinazione facevalo propendere per l'Inghilterra.
Riun adunque i cavalieri e scudieri di cui poteva disporre, e riccamente messo in ordine si pose in cammino come addicevasi ad un signore par suo. Ei marci in tal guisa finch giunse al campo degli Inglesi sotto Calais, ove partecip al re Edoardo l'affetto che egli avea per lui concepito a causa della proteziene da lui largita a suo zio Roberto e gli esib i propri servigi non che quelli de' cavalieri e scudieri che l'accompagnavano.
Roberto di Namur divenne adunque fedel soggetto del re d'Inghilterra, che gli assegn una pensione di trecento lire sterline, pagabile a Bruges. Il lettore si ricorda per fermo che dopo l'assedio di Rennes era stata conchiusa una tregua fra il re di Francia e quello d'Inghilterra, per quanto concerneva le ostilit di Carlo di Blois e della contessa di Monforte. Quando fu spirata quella tregua, ognuno si pose di bel nuovo all'opra con maggior energia, il re di Francia ristorando Carlo di Blois; ed il re d'Inghilterra aiutando la contessa di Monforte, come entrambi a ci eransi obbligati.
Dall'assedio di Calais, Edoardo area dunque mandato a soccorso della contessa due prodi e valenti cavalieri chiamati Tommaso d'Angourne e Giovanni d'Hartuelle.
Dugento fantaccini e quattrocento arcieri accompagnavano codesti due capitani e quella truppa di sussidio non si ferm finch non ebbe raggiunto la contessa ad Hennebon.
Col trovarono un cavaliere della Bassa-Bretagna a nome Tengy del Chastel col quale fecero soventi volte cavalcate e sortite contra le soldatesche di messer Carlo di Blois, e sul paese che ad esso apparteneva.
La vittoria era ora per gli uni ora per gli altri. Ci che v'area di pi manifesto si  che il paese veniva guastato, percorso, posto a ruba, e la povera gente ne soffriva.
Ora avvenne un giorno che affine di rendere pi proficuo il loro tempo, i tre cavalieri, Tommaso d'Angourne, Giovanni d'Hartuelle e Tengy del Chastel, andaronsene con quantit grande di genti d'arme a cavallo e stipendiar a piedi ad attaccare una buona e forte citt chiamata la Roche-Derrien, e la cui prima resistenza fu s luminosa che non lasci grande speranza agli assedianti.
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Capitolo 8.
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Ma, come sempre, la fortuna si dichiar propizia agl'Inglesi.
Infatti, volle il caso che in quella citt vi fossero tre volte pi Inglesi che Francesi, dimodoch, vedendo la citt assediata da' loro compatrioti, gl'Inglesi s'impadronirono del capitano, nominato Tassart di Guines, e gli dissero apertamente e senza perder tempo che l'avrebbero ucciso se non passasse con essi dalla parte degl'Inglesi. Tassart era coraggioso, ma coraggioso soltanto quando la morte  cosa utile e viene come un avversario sopra un campo di battaglia, e non quando, a mo' d'un ladrone, vi uccide allo scuro e si prende sul vostro cadavere ci che or gli niegate.
Tassart di Guines fece adunque quanto volevano quelli che lo aveano fatto prigioniero, in ricompensa di che gl'Inglesi i quali ripartivano per Hennebon, lo lasciarono capitano della citt; non ispinsero per la confidenza, sino a non aumentare la sua guarnigione di una quantit di uomini sufficiente a conservarlo nelle nuove risoluzioni ch'egli aveva adottate.
Quando messer Carlo di Blois, venne in cognizione di quanto era accaduto, giur che otterrebbe ad ogni costo l'intento. Mand dunque a chiamare in Bretagna ed in Normandia i signori che erano del suo partito, e riun s gran numero di genti d'armi che pose assieme meglio di milleseicento armature di ferro e dodicimila fanti. In quell'armata eranvi quattrocento cavalieri, de' quali ventitr erano bannereti, che posero immediatamente l'assedio davanti la Roche-Derrien.
Gli assedianti, ravvisando non essere essi in forza da resistere contro quella oste possente, spedirono molti messaggieri alla contessa di Monforte, affinch loro inviasse pronto e valido soccorso.
La contessa riun anch'ella mille armature di ferro e ottomila fanti, cui di a capitani Tommaso di Angourne, Giovanni d'Hartuelle e Tengy di Chastel.
In partendo codesti tre cavalieri le dissero che non farebbero ritorno senza aver fatto togliere l'assedio dalla Roche-Dervien.
Quando gli uomini della contessa si trovarono a due leghe dall'oste francese, fecero sosta sul fiume di Tauli, con intenzione di combattere il d vegnente. Ma poscia ch'ebber preso un po' di riposo, sir Tommaso d'Angourne e Giovanni di Hartuelle non poterono frenarsi e prendendo circa la met delle loro genti le fecero armare cheton chetone, e salire a cavallo. Suonava la mezzanotte quando piombarono sovra un de' fianchi dell'armata di Carlo di Blois.
L'urto fu micidiale e grande il danno che gli assalitori produssero atterrando ed uccidendo; ma non seppero ritirarsi a tempo, dimodoch tutta l'armata pot porsi in ordine di combattere e gli Inglesi dovettero accettar la battaglia che loro davano truppe nuove e fresche.
Gl'Inglesi allora furon que' che piegarono.
Messer Tommaso d'Angourne fu preso e ferito due volte e fin con restare in potere de' Francesi; Giovanni d'Hartuelle riusc a fuggirsene con pochi de' suoi, ma la maggior parte morti rimasero o prigionieri.
Giovanni ed i suoi compagni ritornarono ad annunziare quella trista nuova a Tengy, nell'istante appunto in cui messer Guarniero di Quadudal che non avea potuto arrivar prima, giugneva con cento armature di ferro.
Che cosa succede? domand il sopraggiunto.
Gli venne raccontato lo scacco che toccato aveano poco innanzi gli uomini della Contessa.
Non c' altro che questo? disse messer Guarniero.
Eh! dite bene voi, sclam Giovanni d'Hartuelle; si vede bene, messere, che venite adesso, e non avevate, come avevamo noi, tredicimila uomini alle spalle.
Or bene! replic Guarniero, sapete che cosa ne resta a fare?
Dite su.
S, ma seguirete poi il nostro consiglio?
Quando sia buono, perch no?
Fate all'istante senza perder tempo armare tutte le vostre genti a cavallo e a piedi. I nemici si riposano sugli allori della vittoria, n certamente vi aspettano in questo momento. Profittiamo della loro fidanza, e piombiamo sovra la loro armata. Vi sono io mallevadore del buon successo.
Il consiglio era buono e fu unanimamente accettato.
Tutti presero le armi.
Quelli che erano a cavallo aprivan la marcia, i fantaccini li seguivano.
Il sole sorgeva nel momento in cui gi'Inglesi piombavano sul campo di messer di Blois, i cui soldati dormivano nella grossa.
Gl'Inglesi cominciarono dall'atterrare tende e padiglioni.
Atterrati i padiglioni e le tende si diedero ad uccidere e tale fu la strage che somigliava pi ad un macello che ad una battaglia. Pi di dugento cavalieri francesi restarono sul terreno una con quattromila altri soldati.
Carlo di Blois e tutti i prodi di Bretagna e di Normandia furono fatti prigionieri.
In quanto a Tommaso d'Angourne non vi fu d'uopo di ripigliarlo, dappoich and con le sue gambe istesse a raggiungere i compagni; n cos ebbe a lagnarsi di sua lunga prigionia.
Giammai non fu dato a nemici di uccidere in s breve spazio di tempo tanti valorosi e nobili guerrieri, dal perch messer Carlo di Blois perdette in quel fatto d'armi il fior fiore del suo paese.
Era codesta per la contessa di Monforte una grande vittoria, e si sarebbe potuto credere che la cattura di Carlo di Blois dovesse por termine alle ostilit. Ma la duchessa di Bretagna, sua moglie, prese, direm cos, il dritto di sopravvivenza, e la guerra si trov impegnata fra quelle due dame, la duchessa di Bretagna e la contessa di Monforte.
Ora, lasciamo che gli uni si disperino, gli altri si rallegrino di tal successo, e ritorniamo a re Filippo ch'era battuto da qualunque parte si voltasse.
Il re di Francia, vedendo la resistenza con la quale Edoardo proseguiva a tenere stretta d'assedio Calais, conoscendo tutti i giorni ci che gli assediati doveano soffrire, pens a finirla tutt'ad un tratto, e con un combattimento far, se era possibile, che Edoardo togliesse l'assedio.
Ordin adunque per tutto il suo reame che quanti eranvi cavalieri e scudieri, tutti si dovessero trovare nella citt di Amiens, o l vicino, pel giorno della Pentecoste.
Nessuno manc a codesto solenne invito, nessuno manc alla posta, dal perch qualunque fosse la ferita che fatta gli venisse, per qualunque rotta gli toccasse, il regno di Francia era provveduto di s buono e leal corpo cavalleresco, che non potea scarseggiarne giammai.
Indi convennero adunque il duca di Normandia, figlio primogenito del re, che non avea voluto riprendere le armi se non dopo la liberazione di Gualtiero di Mauny; il duca d'Orlans, suo figlio secondogenito; il duca Eudo di Borgogna, il duca di Bourbon, il conte di Foix, messer Luigi di Savoia, messer Giovanni d'Analto, il conte d'Armagnac, il conte di Forest, il conte di Valentinois, e tanti conti e baroni la cui enumerazione farebbe strabiliare di maraviglia.
Quando tutti furono riuniti, ed i consigli vennero aperti affine di sapere come si potessero soccorrere que' di Calais, fu riconosciuto che impossibile sarebbe stato trarne a buon termine tal divisamento, finch non fosse stata fatta un'alleanza coi Fiamminghi, e schiusa una porta ai Francesi dalla parte di Gravelines.
Filippo sesto mand dunque prontamente messaggieri in Fiandra, affine di trattare coi Fiamminghi.
Ma in quell'epoca, il re d'Inghilterra aveva tanti buoni amici in Fiandra, che mai non avrebbero concesso simile cortesia al suo avversario.
Belle nondimeno erano le proposizioni di quest'ultimo. Egli, difatti, offriva di far levare l'interdetto fulminato sulla Fiandra; di conservarvi la granaglia, per sei anni, a bassissimo prezzo; di portarvi lane di Francia, che essi lavorerebbero, col privilegio di vendere in Francia i panni fabbricati con quelle lane, esclusi tutti gli altri panni, finch potessero i Fiamminghi fornirne; di restituir loro le citt di Lilla e Bethune; di difenderli verso e contra tutti, e per guarentigia di tal promessa, di spedire ad essi grosse somme di denaro; finalmente di conferire posti vantaggiosi ai giovani di forte e bella statura i quali non godessero di comoda fortuna.
I Fiamminghi non aggiustarono fede n punto n poco a siffatte belle promesse, e le rigettarono, dicendo che il re di Francia prometteva soltanto per ottenere.
Quando Filippo ci vide, non volle in niun modo abbandonare l'impresa, n avere inutilmente fatto venire tanti nobili e valorosi guerrieri.
Annunzi ei dunque che si procederebbe innanzi dalla parte di Bologna.
Il re d'Inghilterra, che col teneva il suo assedio, e che tutti i d andava studiando come meglio poter costringere que' di Calais, avea ben udito dire che il re Filippo ammassava gran quantit di genti d'armi e voleva condursi a combatterlo. E perci, non potendo attaccare senza follia da una parte e sul punto di essere attaccato dall'altra, ebbe a riflettere lungamente.
Ci che gl'infondeva pazienza si era, che la citt di Calais difettava di viveri, poich i due marinari, tuttoch destri e zelanti, molto stentavano a sostenere la citt.
Allora, per chiudere il passaggio del mare, Edoardo fece costruire un castello di legno alto e grande, e provvide acci fosse tanto ben munito che non lo si potesse in niun modo guastare.
Codesto castello era poggiato sopra un istmo all'imboccatura del porto, presso a poco ove ora  il Terrapieno. (Risban).
Qualche tempo dopo la costruzione di quel castello gl'Inglesi seppero come vi fosse in mare un convoglio di viveri per que' di Calais. Gualtiero di Mauny, i conti di Oxford, di Norhantonne, di Pembroke e parecchi altri, s'imbarcarono con un corpo di truppe, il d successivo a quello di S. Giovan Battista, e scontrarono il convoglio al di qua del Cortoy.
Componessi quel convoglio di quarantaquattro vascelli di grandezza uniforme, di cui dieci galere che presero subito il largo; parecchi si rifugiarono al Cortoy, ma dodici arrenarono e ne perirono gli equipaggi.
La domane, quando cominci ad albeggiare, vedendo gl'Inglesi uscir da Calais due vascelli, diedero a quelli prestamente la caccia. Uno rientr nel porto, l'altro diede in secco, e vi si fece prigioniero il capitano delle galere genovesi, diciassette Genovesi e circa quattrocento altre persone. Nel momento in cui quel vascello stava per esser catturato, il capitano gett in mare, attaccata ad un'azza, una lettera che il governatore scriveva al re di Francia.
Per quanto rapida tale azione, non era sfuggita a Gualtiero di Mauny, il quale comprese immediatamente di quale importanza esser doveva quella lettera.
Il d vegnente, nel momento in cui la marea discendeva, un uomo andava errando sulle rive del mare in preda ad una grande ansiet. Quell'uomo seguiva coll'occhio i flutti che da lui si allontanavano e scandagliava anticipatamente le profondit delle onde che fuggivano.
Quell'uomo era Gualtiero di Mauny, cui era sembrato, nel d antecedente, a giudicarne dal sito ove era stata gettata la lettera, che il mare dovesse, il d appresso ritirandosi, lasciarla scoperta sulla sabbia.
Gualtiero non erasi ingannato.
Ad un tratto gett un grido di gioia: egli avea veduto l'azza a cui era stata attaccata la lettera, e codesta lettera v'era tuttora.
Ei se ne impossess, ed ecco ci che lesse:
"Carissimo e amatissimo signore
"A voi mi raccomando quanto so e posso. Se bramate conoscere lo stato della vostra citt di Calais, sappiate che nel momento in cui scriviamo questa lettera, siamo ancora tutti sani e salvi, e serbiamo la volont di servirvi e di fare tutto ci che pu contribuire a vostro onore e vantaggio.
"Ma, oim! carissimo ed amatissimo signore, sappiate che se le genti sono ancora sane, la citt  ben lunge dall'essere come le genti: qui havvi penuria grandissima di grano, di vini e di carni. Sappiate che siamo gi arrivati a mangiare i cani, i gatti ed i cavalli, e che, se ci continua un altro poco, saremo costretti a mangiare gli uomini, giacch ci avete scritto di sostenere la citt finch ci sarebbe da mangiare.
"Ora non abbiamo con che sostentarci.
"Nostra determinazione  adunque, se non riceviamo pronto soccorso di uscire dalla citt per vivere o morire, perch preferiamo morir combattendo piuttosto che mangiarci gli uni con gli altri.
"E perci, carissimo e onoratissimo signore, ponete a ci quel rimedio che sar in vostro potere, dal perch questa lettera sar l'ultima che potrete da noi ricevere, e la citt vostra sar perduta, com'anche noi che vi siam dentro."
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Capitolo 9.
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Dopo aver preso cognizione di questa lettera, tanto fece il re d'Inghilterra che ottenne dai Fiamminghi che uscirebbero di Fiandra in numero di centomila, e si condurrebbero a porre l'assedio davanti la buona citt di Aire, il che non fecero senza prima saccomannare il paese per cui transitar doveano innanzi di giungere a quella citt.
Cos avvenne che arsero Saint-Venant, Mareville, la Gorgne, Estelles, il Ventis ed una frontiera che si chiama la Loeve, fino alle porte di Saint-Omer e di Therouenne.
Il re di Francia, ci scorgendo, si condusse a porre stanza nella citt di Arras, e mand quantit di uomini d'arme onde rinforzare le guarnigioni dell'Artese. Pose Carlo di Spagna, il quale allora esercitava la funzione di conestabile per commissione, a Saint-Omer, perch il conte d'Eu e di Guines, che era conestabile di Francia, era, come debbe il lettore ricordarsi, prigioniero del re d'Inghilterra.
Quando i Fiamminghi ebbero corso le basse frontiere della Loeve, re Filippo risolvette di andare con tutta la sua armata davanti Calais, perocch, sebbene la lettera di Giovanni di Vienna non gli fosse giunta, non dubitava affatto che gli assediati non si trovassero in uno stato miserevole, e tentar volea tutti gli sforzi per liberarli da quell'assedio.
Inoltre ei non ignorava che Edoardo avea ad essi chiuso il passo del mare, il che assai contribuiva ad addurre la perdita definitiva della citt.
Filippo part dunque da Arras e prese la strada d'Hesdin. Il suo esercito occupava tre grandi leghe di paese.
Quando il re si fu riposato un giorno ad Hesdin, giunse la domane a Blangis, ove si ferm per sapere quale strada prenderebbe. Allorch ebbe deciso quale strada prendere, part di bel nuovo con tutti i suoi che ammontavano a meglio di dugentomila, e dopo aver traversato la contea di Faukenbergue, giunse difilato sul monte di Sangattes fra Calais e Wissant.
I Francesi non si nascondevano, cavalcavano in pieno giorno ed a bandiere spiegate, come se avessero dovuto combattere da l a poche ore.
Allorch quei di Calais videro quell'oste imponente, grandemente si rallegrarono, dal perch credettero prossima la loro liberazione. Ma quando videro i Francesi far sosta e porre gli alloggiamenti invece di proseguire la strada verso gl'Inglesi, si fecero ancor pi corrucciati di prima.
Allorch Edoardo seppe che il suo regio avversario arrivava con gran rinforzo di truppe per combatterlo, ed assediarlo sotto la citt di Calais che gli avea di gi costato tante difficolt, e che ridotta era a non poter resistere pi a lungo, procacci naturalmente tutti gli spedienti che impedir potevano a Filippo di giungere al suo intento.
Sapeva Edoardo come il re non potesse n venire n approssimarsi alla citt di Calais se non da due passaggi: dalle dune, sulla riva del mare o dalla parte superiore, ove erano fossati in gran numero, e torbiere e pantani che avrebbero renduto quell'adito impenetrabile senza un ponte che si chiamava il ponte di Nieulay.
Ecco ci che allora opr il re d'Inghilterra.
Fece ritirare tutti i suoi vascelli davanti le dune, e guernire i detti vascelli di bombarde, di spingarde e di arcieri. Mand suo cugino il conte Derby a stanziare sul ponte di Nieulay, con ingente rinforzo di uomini d'arme e di arcieri, affinch i Francesi altro passaggio non avessero che i paduli, i quali, come abbiam detto, erano insormontabili.
Fra il monte di Sangattes ed il mare, dall'altra parte, eravi un'alta torre a guardia della quale stanziavano trentadue arcieri inglesi, e che impediva in quel sito, e per maggior sicurezza il passaggio delle dune, se mai i Francesi avessero voluto tentarlo.
In quanto alla torre, era fortificata da doppi fossati, e presso a poco inespugnabile.
Quando i Francesi furono stabiliti sul monte di Sangattes, le genti della comunit videro quella torre. Que' di Tournay, che erano meglio di un millecinquecento, mossero ad assalirla. Dall'istante in cui gli arcieri che la guardavano li videro avvicinarsi, tirarono sovr'essi e ne uccisero parecchi.
Allora vi fu un assalto e terribile, dal perch gl'Inglesi si difendevano tanto bene quanto quei di Tournay attaccavano. Ad ogni minuto, uno degli assedianti cadeva; ma grande era il numero di questi, n ritornavano che pi irritati all'assalto. Finalmente varcarono i fossati ed arrivarono sino al poggio su cui posava la torre.
Tutti quelli che nella torre trovavansi furono morti.
Di buon augurio pe' Francesi riusciva quella prima prodezza, e loro infuse speranza.
Filippo mand adunque senza por tempo in mezzo il signore di Beaujeu ed il signore di Saint-Venant ad esaminare e guardare come e da dove la sua truppa potrebbe passare pi agevolmente, affine di farsi pi d'appresso agli Inglesi e combatterli.
I due marescialli andarono e ritornarono dicendo ci che sappiamo, che, cio, non potevano arrischiare di farsi d'appresso agli Inglesi senza esser certi di perdere la maggior parte de' loro uomini d'arme.
Per consiglio de' suoi marescialli, Filippo la domane invi messaggi al re d'Inghilterra.
Que' messaggi passarono dal ponte di Nieulay che il conte Derby fatto avea aprire ai messaggieri.
Codesti messaggieri erano Gottifredo di Chargny, messer Guido di Nelle, il sere di Beaujeu ed Eustachio di Ribeaumont.
Nel passare, i quattro cavalieri esaminarono bene e considerarono come il ponte fosse custodito; tale investigazione non di loro molta speranza, poich il conte Derby avea provveduto mirabilmente alla custodia di quell'importante passaggio.
Gli ambasciatori trovarono il re circondato dai suoi baroni; s'inchinarono e ser Eustachio di Ribeaumont si avanz e prese la parola.
Sire, egli disse, il re di Francia a voi ne manda, e vi significa che si  fermato sul monte di Sangattes per combattervi. Ma non pu n venire, n trovar la via per giungere sino a voi, e nondimeno ne ha gran desiderio per liberare dall'assedio la sua citt di Calais. Vi chiede adunque di riunire il suo consiglio al vostro, e si vedr qual luogo possa essere adatto per campo di battaglia. Ecco, o sire, ci che ne siamo compromessi di dirvi per sua parte.
Edoardo rispose:
Ringrazio il re Filippo sesto di avervi inviato a me, perocch non conosco verun messaggiero che io gradisca vedere, pi di voi, o ser Eustachio di Ribeaumont. Nondimeno, voi venite in nome del mio avversario, che a torto ritiene un retaggio il quale spetta a me. Ditegli dunque, messere, che  ormai un anno da che io son qui, ch'egli potea venir prima, ch'ei non l'ha fatto, e m'ha lasciato per conseguenza edificare una citt e spendere grandi somme. Fra poco tempo io sar padrone della citt. Non  dunque questo il momento di andare ad arrischiare le sorti di un combattimento, quando ho qui la vittoria in pugno. Ditegli che del resto, ei non si perda d'animo, soggiunse Edoardo sorridendo, e che, se non ha ancora trovata la via, cerchi attentamente e forse ne trover una.
In questo mentre arrivarono, mandati da papa Clemente, due legati i quali erano Annibale Ceccano, vescovo di Frascati, e Stefano Aubert, cardinale del titolo di san Giovanni e di san Paolo.
Molti tentativi erano gi stati fatti da Clemente sesto, il quale dal principio della guerra, non avea cessato di addurre una conciliazione fra i due sovrani. Avea fino scritto ad Edoardo, esternandogli la propria sorpresa del poco riguardo avuto da questo principe per le proposizioni fattegli da' pontific legati. A codeste lettere il re d'Inghilterra avea risposto, giustificandosi del rimprovero che gli veniva diretto, di esser pronto a far la pace, salvo il suo dritto alla corona di Francia, ch'ei risguardava qual suo legittimo retaggio. Al par di Filippo, i due legati non ottennero che Edoardo levasse l'assedio da Calais. Tutto ci che fu ad essi possibile trarre a buon termine si fu una tregua di alcuni giorni, nel quale spazio di tempo quattro signori nominati all'uopo da ciascuna parte doveano riunirsi e parlamentare di pace.
Dalla parte del re di Francia furono il duca di Bourbon e di Atene, il cancelliere di Francia, il sere d'Offremont, e Goffredo di Chargny.
Dalla parte degl'Inglesi, il conte Derby, il conte di Norhantonne, messer Regnault di Cobehen e Gualtiero Mauny.
In quanto a' due legati, erano essi gl'intermediari e andavano dall'uno all'altro consiglio. Si parlament per due giorni, n al terzo si era ancor nulla conchiuso.
Il re d'Inghilterra profittava di tutti questi indugi per far riposare il suo esercito e far eseguire grandi fossati sulle dune, in modo che i Francesi non potessero sorprenderle. Quelli di Calais che digiunavano durante quel tempo, vedevano tutto l'andirivieni degl'inviati con dispiacere, perch ci non faceva che ritardare l'ora della loro liberazione, sia che fossero presi, sia che si arrendessero.
Quando Filippo fu pienamente convinto che nulla vi fosse ormai da ottenere da Edoardo; che ei non poteva liberare Calais, e che la propria truppa non solo gli tornava inutile ma gli era ruinosa, ordin di partire e toglier via gli alloggiamenti, e il 2 agosto di buon mattino, fece piegare le tende, raccorre i bagagli e si mise in marcia dalla parte di Amiens, dopo aver licenziato tutte le genti d'arme.
Quando que' di Calais videro la partenza dei Francesi, ne furono oltremodo corrucciati, n v'era s duro cuore che in mirando la loro disperazione non ne provasse sincera piet.
Qual ben si pensa, gl'Inglesi nulla perdettero in quella levata di accampamenti; e ricondussero carri, letti, vini e prigionieri al campo del re d'Inghilterra.
Allorch quelli di Calais si videro per tal modo abbandonati, e che loro mancava quel soccorso di cui erasi formata la loro estrema speranza, erano in tal trambasciamento che tennero consiglio. In esso adunque decisero che si arrenderebbono dicendo valer meglio arrendersi e porsi a discrizione del re d'Inghilterra, che non lasciarsi tutti morir di fame, il che non avrebbe per fermo impedito l'entrata poi del nemico nella citt, quando gli abitanti non sarebbero pi che cadaveri.
Si condussero adunque a trovar Giovanni di Vienna e lo supplicarono di trattare la capitolazione.
Questi fecesi pregare un bel pezzo, ma alla perfine comprese che giorno verrebbe in cui gli sarebbe d'uopo mallevare della vita di tutte quelle genti, se non accordava ad essi ci che aveangli chiesto, e salendo a' merli delle mura della citt, fece segno a quelli di fuori, che loro volea parlare.
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Capitolo 10.
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Alla perfine! disse Edoardo quando seppe questa notizia.
Ed invi messer Gualtiero di Mauny ed il signor di Basset a vedere ci che Giovanni di Vienna voleva.
Quando i due cavalieri furono appo il capitano, questi disse loro:
Cari signori, voi siete valorosi cavalieri esperti in materia d'armi e di guerra. Sapete che il re di Francia che  nostro signore, ci ha mandati qua dentro e comandato che guardassimo la citt ed il castello, in guisa che non vi fosse biasimo per noi, n danno per lui; abbiamo fatto ci che abbiamo potuto. Il nostro soccorso ci manca, e voi ci avete s bene stretti che non abbiamo pi di che alimentarci. Bisogna dunque che tutti moriamo di fame se il vostro grazioso re non ha piet di noi. Cari signori, vogliate dunque supplicarlo che si degni aver compassione di noi, e ne lasci andar tutti come siamo. Egli prender la nostra citt, il castello e tutte le ricchezze. Ne trover abbastanza.
Allora Gualtiero di Mauny rispose al capitano:
Messer Giovanni, noi sappiamo parte dell'intenzione del re, signor nostro, perch ce l'ha detta. Sappiate dunque che esso non vuole che ve ne andiate, come chiedete. Sua intenzione si  che vi rimettiate in suo potere affine di taglieggiare o anche far morire quelli fra voi che pi a lui piacer, dal perch quest'assedio gli  costato tanti uomini e denari, che ogni d n' sempre pi scorrucciato.
Troppo dura cosa sarebbe per noi se acconsentissimo a quanto voi dite, rispose messer Giovanni di Vienna. Noi siamo qui alcuni cavalieri e scudieri che abbiam servito il nostro signore come voi servite il vostro, e che abbiamo anche pi sofferto per lui che non voi per il re d'Inghilterra. Ma dovessimo soffrire pi ancora, non permetteremmo mai e poi mai, che il pi piccolo ragazzo o l'ultimo galuppo della citt avesse altro male che il pi nobile e distinto di noi. Vi preghiamo dunque, messere, e non altro, di dire al re d'Inghilterra che abbia piet di noi.
Affemmia! sclam Gualtiero, commosso da quella nobile risposta, farei volentieri, messer Giovanni, il vostro desiderio, e se il re vuol aggiustarmi fede, sarete tutti soddisfatti.
Allora Gualtiero di Mauny ed il suo compagno si ritirarono lasciando su i baluardi Giovanni di Vienna, che stava aspettando la risposta di re Edoardo.
Quando i due ambasciatori rientrarono appo il re, lo trovarono con i conti di Derby, di Norhantonne e d'Arundel, e molti altri baroni d'Inghilterra.
Sire, disse allora Gualtiero, abbiamo adempiuta la missione che ne deste. Abbiam trovato messer Giovanni di Vienna disposto a consegnarvi la citt ed il castello, se volete accordar vita salva a lui ed agli altri abitanti di Calais.
E voi che cosa avete risposto? domand il re.
Ho risposto, monsignore, disse messer Gualtiero di Mauny, che nulla ne fareste ove non si arrendessero senza veruna condizione, e soltanto a voler vostro, per vivere o morire, secondo vi piacerebbe. Ma, aggiunse il cavaliere, quando ho cos parlato, messer Giovanni di Vienna mi ha risposto che prima di acconsentire a siffatta capitolazione, egli ed i suoi compagni venderebbero cara la vita, pi che non l'abbian mai fatto cavalieri al mondo.
Eppure, disse il re, non ho n voglia n speranza di accordare altro.
Allora Gualtiero di Mauny prese in disparte il re e gli disse:
Monsignore, in ci ne date cattivo esempio, e potreste per fermo aver torto; dal perch, se voleste mandarci in qualcheduna delle vostre fortezze non v'andremmo pi tanto volentieri facendo voi mettere a morte quella gente; poich ne toccherebbe temere che il nemico non fosse pi clemente di voi, e che dandosi un tal caso, trattasse noi come voi trattate que' di Calais.
Queste ardite, quanto giuste parole di messer Gualtiero sedarono molto la collera del re, tanto pi che i baroni consultati poscia, non temettero esternare ad Edoardo un parere uguale a quello del suddetto cavaliere.
Edoardo adunque ripigli:
Signori, non ho voglia di essere io solo contro voi tutti. Gualtiero andrete a ritrovare quei di Calais, e lor direte che la maggior grazia che possano ottener da me si  che sei de' pi ragguardevoli cittadini di Calais vengano, con la fune al collo e con le chiavi della citt e del castello nelle mani, a porsi a mia disposizione. Far di essi ci che meglio mi parr, e accorder il perdono al rimanente della popolazione.
A queste parole Gualtiero di Mauny lasci il re e si condusse a ritrovare ser Giovanni di Vienna il quale lo aspettava, e cui rifer, parola per parola, ci che gli avea detto Edoardo, aggiungendo che una tal concessione era la sola cui avesse potuto ottenere.
Vi credo, messere, replic Giovanni di Vienna, e vi prego a trattenervi finch io abbia comunicata la vostra risposta al comune della citt, mentre io non sono che loro inviato, e spetta ad essi deliberare se debbano o no accettare la proposizione del re d'Inghilterra.
Ci detto, ser Giovanni di Vienna rientr in citt, fece suonar la campana affine di ragunare gente d'ogni condizione, e si rec alla piazza del mercato. Al suono della campana accorsero in folla uomini e donne, perch tutti anelavano sapere le notizie, come conviensi a sventurata popolazione esaurita da un lungo assedio. Quando tutti furono accorsi e ragunati, Giovanni di Vienna loro espose quanto poco prima detto aveagli Gualtiero, e chiese ad essi una pronta e breve risposta. Udito il rapporto di ser Giovanni, tutti proruppero in pianti ed in lamenti, a segno che i loro nemici financo ne avrebbero avuto compassione se fossero stati presenti.
Fu adunque impossibile ottenere la risposta aspettata.
In quanto a Giovanni di Vienna, ei faceva come tutti gli altri: piangeva.
Scorsero alcuni istanti in codesta generale disperazione, ed un uomo, rompendo la folla, sal sopra un piuolo e disse:
Sarebbe gran danno lasciar morire tutto un popolo quando havvi uno spediente per salvarlo, e non accettare questo spediente sarebbe daddovero lo stesso che dubitare. Per me, ho tanta fiducia di ottener grazia appo il Signore, se muoio per s nobile causa, che voglio essere il primo a sagrificarmi. Andr dunque io, Eustachio di Saint-Pierre, senz'altro vestito tranne la camicia, e con la fune al collo, a mettermi a discrezione del re d'Inghilterra.
Tutti gli astanti si gettarono allora alle ginocchia di colui che avea parlato in tal guisa, ed un altro cittadino, a nome Giovanni d'Aire, si alz anche egli, e disse che lo accompagnerebbe; poscia un terzo chiamato Pietro di Vissant, poi il fratello di quest'ultimo, poi un quinto, poi un sesto, de' quali la storia ingrata non ha serbato i nomi.
Quando le sei vittime furono pronte, messer Giovanni di Vienna mont sopra una chinea e si diresse verso le porte della citt, seguito da' suoi sei compagni, usc, e la porta fu richiusa.
Allora Giovanni di Vienna disse a Gualtiero di Mauny che aspettava sul baluardo:
Messere, io vi consegno, come capitano di Calais, e coll'assenso del povero popolo di questa citt, i sei borghesi qui presenti, giurando che sono e furono mai sempre fin oggi i pi onorevoli e cospicui della citt. Vi scongiuro, grazioso signore, a voler voi pregare a loro pro il re d'Inghilterra, affine che questi prodi uomini non perdano la vita.
Ignoro che cosa far monsignore, rispose Gualtiero; ma ci di cui posso guarentire, si  che porr in opra tutto il potere che ho sopra di lui, affine di ottenere la grazia di coloro che io gli conduco, e che si sono con tanta nobilt e prontezza sagrificati.
Allora la barriera fu aperta, ed i sei cittadini andaronsene nello stato che abbiam detto.
In quell'ora nella quale si presentarono ad Edoardo, questi era nella sua stanza in numerosa compagnia di conti, baroni e cavalieri.
Quando ei seppe l'arrivo de' sei cittadini che egli avea richiesti, si condusse sulla piazza innanzi alla sua dimora, ed entr in un padiglione che sorgeva in mezzo a quella, su cui sventolava la real bandiera d'Inghilterra. In quel padiglione solea Edoardo ogni d dar pubblica udienza. Gran numero di signori, tutti quelli che erano con esso lui nella stanza, lo seguirono.
In un istante la piazza fu piena di gente, essendo generale la curiosit di sapere come finirebbe quel dramma inaspettato. Il padiglione essendo aperto, poteano i curiosi fisarvi gli sguardi, e non vi fu uno di quella ingente calca che l entro non tenesse fisi gli occhi. La regina d'Inghilterra, anch'ella, sebbene incinta e sul punto di partorire, accompagnava il suo sposo e signore.
Sire, disse Gualtiero di Mauny, ecco la rappresentanza della citt di Calais a vostra disposizione.
Un sorriso di trionfo sfior le labbra del re, il perch egli odiava daddovero moltissimo gli abitanti di Calais, pe' danni che gli aveano altrevolte accagionati sul mare.
I sei cittadini s'inginocchiarono davanti al re, e gli dissero:
Gentil sire, tutti e sei siamo di antichit cittadina di Calais e grandi mercatanti; vi portiamo le chiavi di Calais, e ci diamo nelle vostre mani nello stato in cui ci vedete, affinch risparmiate il restante de' nostri compatrioti che tanto ebbero a soffrire dell'assedio onde ne avete stretti.
In quel momento non v'ebbe per fermo in tutta la piazza un uomo di cuore che potesse far a meno di versar lagrime di commiserazione.
Il re, all'opposto, guard quegli uomini con piglio irato, e tanta era la sua collera che non poteva profferir parola.
Finalmente tanto fece che gli riusc padroneggiar l'ira, e disse:
Va bene: conducete via questi uomini e lor sia mozza la testa.
Tutti i baroni circostanti si gettarono alle ginocchia del re, piangendo e chiedendo la grazia di quegli infelici; ma Edoardo faceva a tutti il sordo.
Gualtiero di Mauny che si sapeva amato dal re, prese allora a dirgli:
Ah! sire, vi piaccia placare codesto sdegno e ricordarvi della vostra fama di nobilezza e di clemenza che non debb'essere in niun modo macchiata in questa circostanza. Non vi sar anima viva che non consideri, o sire, come una barbarie inutile, far morire persone che inermi si sono consegnate per salvare i loro compagni.
Grazie de' vostri buoni consigli, messere, rispose seccamente il re, ma sar fatto come ho detto. Quelli di Calais han fatto morire tanti miei uomini, che d'uopo  ormai che anche questi a lor volta muoiano. Si faccia venire il carnefice.
Nel momento in cui gi muoveansi zelanti cortigiani ad eseguire l'ordine del re, la regina si avvicin al marito:
Monsignore, disse madama Filippa, voi mi avete promesso, quando son qui giunta d'Inghilterra, di accordarmi quanto vi chiederei, affine di compensarmi de' pericoli che non avevo temuto di affrontare per recarmi a raggiungervi. Nulla vi ho finor domandato, monsignore, ma oggi in nome della vostra parola, vi chieggo la grazia di questi uomini!
Il re esit qualche tempo.
Era chiaro che una lotta tremenda avea luogo fra l'odio che nutriva per que' di Calais e la promessa che fatta aveva a madama Filippa.
Finalmente, passandosi la mano sulla fronte e come con isforzo, egli disse:
 giusto, madama. Prendete dunque questi uomini e fatene ci che vi parr meglio.
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Capitolo 11.
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Un anno dopo gli avvenimenti narrati nel capitolo precedente, cio durante la notte del 31 dicembre 1349 al 1 gennaio 1350, eravi festa nel castello di Calais.
Un'immensa tavola era imbandita e non aspettava che i convitati i quali si sentivano a parlare nelle sale adiacenti. Fra que' convitati trovavasi Eustachio di Ribeaumont, e colui che dava la cena era Edoardo terzo d'Inghilterra. Vedremo ora in conseguenza di quali circostanze avea luogo quella cena.
Quando Edoardo di alla regina Filippa i sei cittadini di Calais, disse a ser Gualtiero di Mauny:
Voi messere, andate a prender possesso della citt di Calais. Prenderete tutti i signori e cavalieri che vi troverete e me li condurrete ond'io li ponga a riscatto, a meno che non dieno la loro parola di presentarsi; in questo caso li lascerete, dal perch son tutti gentiluomini, n potrebbero mancare alla data parola. In quanto agli stipendiar ed a tutti quelli che si battevano per guadagnarsi il pane, li rimanderete, e potranno andarsene ove pi loro sar a grado; e cos anche le donne, uomini e ragazzi, poich voglio ripopolare Calais di puri Inglesi.
Tutto era stato fatto come il re ingiunto aveva, e due marescialli che accompagnavano ser Gualtiero di Mauny, accompagnati a lor volta da meglio di cento uomini, erano andati a prendere possesso di Calais ed avevano fatto prigionieri ser Giovanni di Vienna, messer Baldovino di Bellebourne e gli altri.
I marescialli aveano fatto portare sulla piazza del mercato tutte le armature degli stipendiar, le avevano fatte riunire in un mucchio, ed avevano fatto partire tutto il popolo basso.
Quando i principali palagi furono evacuati, quando il castello si trov allestito per ricevere Edoardo, la regina e tutti gli uffiziali del re, ser Gualtiero di Mauny ne avvis il suo signore. Questi era finalmente entrato in Calais, al suono dei tamburi, delle trombe, delle pive, ed accompagnato da' menestrelli che cantavano il suo trionfo.
La regina avea dato felicemente alla luce una bambina che fu nominata Margherita di Calais, e che poscia spos il conte di Pembroke.
Il re avea fatto la distribuzione de' palagi ai suoi cavalieri, a ser Gualtiero di Mauny, al barone di Stanford, al signore di Cobehen, a messer Bartolommeo di Bruger e ad altri. Era inoltre intenzione d'Edoardo, appena sarebbe di ritorno a Londra, di mandare a Calais trentasei ricchi borghesi e notabili della sua capitale.
In quanto alla citt, edificata dal re era stata buttata gi. I prigionieri furono mandati a Londra, ove rimasero sei mesi circa, dopo di che pagarono il loro riscatto e se ne andarono.
Fu daddovero uno spettacolo molto doloroso, veder partire dalla loro patria, miserabili e mezze morte di fame tutte quelle persone che prima vi possedevano case e sostanze, e che non sapeano letteralmente che cosa diventare. Allora fu che Filippo di Valois, il quale non avea potuto accorrere in aiuto di que' di Calais durante l'assedio, si ricord di loro, e fece tutto ci ch'era in poter suo per ricompensare il coraggio e la fedelt di que' disgraziati. Pubblic un decreto col quale accordava tutti gl'innumerabili impieghi vacanti a chi volesse approfittarsene.
Questo decreto era stato preceduto da un altro, col quale faceva a que' di Calais discacciati dalla loro citt, concessione di tutti i beni che a lui toccherebbero per qualunque fosse causa.
N si limit a questo, e il 10 settembre con un nuovo decreto accord loro un gran numero di privileg che ad essi vennero confermati sotto i regni seguenti.
Una gran parte degli esiliati erasi ritirata a Saint-Omer. Filippo era rimasto ad Amiens, ed Edoardo a Calais. Finalmente una tregua era stata conchiusa fra i due re, tregua che non si applicava al ducato di Bretagna, pel quale la duchessa di Bretagna e la contessa di Monforte continuavano a battersi.
Il re d'Inghilterra era di nuovo partito colla regina lasciando il comando di Calais a Giovanni di Montgommery. Suo primo pensiero in far ritorno a Londra era stato di mandare a Calais trentasei ricchi borghesi colle loro mogli e figli, e meglio di trecento altri uomini di bassa condizione.
Carlo di Bretagna era stato condotto in Inghilterra e posto in prigione col re di Scozia e col conte di Murray, ma per, merc le istanze della regina, egli aveva la libert di passeggiare a cavallo attorno a Londra, e potea di quando in quando passare una notte fuor del castello.
Il conte di Eu e di Guines era parimente prigioniero in Inghilterra, ma era s bel cavaliere che riceveva buona accoglienza ovunque presentavasi, dal re e dalla regina, da' baroni, dalle dame e dalle damigelle d'Inghilterra.
Una tregua era stata conchiusa fra i due re; il re di Scozia era stato preso, non v' dubbio, ma ci non impediva a messer Douglas, al valoroso cavalier di Scozia, ed agli Scozzesi che stavano nella foresta di Gedours, di guerreggiare contro gl'Inglesi, ovunque ne incontravano, e di non rispettare la tregua che il re di Francia ed il re d'Inghilterra aveano insieme.
D'altra parte per, quei che erano in Guascogna, in Poitou, in Saintonge, parvero non aver inteso parlare della tregua conchiusa.
Essi conquistavano citt, forti e castelli gli uni su gli altri; o coll'astuzia o con la forza, di notte o di giorno; ed eranvi belle avventure d'armi, or dalla parte degl'Inglesi, ed ora dalla parte de' Francesi.
Tutte codeste guerricciuole, codesti saccheggi, codeste battaglie isolate generavano una specie di briganti i quali, ponendosi alla testa di alcuni uomini, devastavano il paese, e guadagnavano in quel mestiere buoni e bei bottini. Eranvi fra quei capi persone che possedevano cinquanta o sessantamila scudi, il che costituiva una vera fortuna.
Essi aveano piani d'assedio e di battaglia che esser non poteano pi semplici.
Stavano spiando da lunge un buon castello ed una buona citt, per uno o due giorni, poi si adunavano venti o trenta briganti, e se ne andavano di giorno e di notte, e per istrade imboschite, finch entrassero nella citt o nel castello. Vi arrivavano precisamente allo spuntar del giorno, e mettevano fuoco ad una o due case; da questo cominciamento quelli della citt desumevano di avere a fare con mille armature di ferro per lo meno, e fuggivansene a gara, abbandonando le loro abitazioni, i loro scrigni e le pi preziose cose a que' briganti, i quali se ne partivano poi tranquillamente, carichi di preda.
Cos fecero a Dournac ed in molti altri siti ancora.
Fra codesti briganti, havvene due che meritano daddovero che trovi qui posto la loro biografia.
Il primo chiamavasi Bacon. Costui era nativo della Linguadoca, uomo abile, accorto ed ambizioso.
Ei vide il castello di Rombourne nel Limosino, part con trenta uomini, lo scal, lo prese, uccise tutti quelli che vi aveano stanza, tranne il signore, che tenne prigioniero nel suo castello medesimo e che fin col pagare la sua taglia in ventiquattro mila scudi cui sbors in denaro contante; dal perch messer Bacon non era gentiluomo e non gli avrebbe fatto credito.
E ci non fu tutto.
Bacon tenne per s il castello, per soprammercato, lo fortific d'uomini d'armi e di viveri, e devast il paese adiacente.
Quando il re di Francia seppe le prodezze del brigante, invece di farlo arrestare ed appiccare, lo chiam a s, comper il suo castello per 20,000 scudi, lo fece suo usciere d'armi e se lo tenne in grande onore.
Ci prova che di gi in quel tempo, la virt finiva sempre col trovar ricompensa.
Il secondo era un gagliardo forse pi ardito, forse pi abile, ma per fermo meno ambizioso dell'altro, di quell'ambizione almeno di corte e di onori che Bacon aveva accettata.
Questi, che si chiamava Croquard, avea cominciato dall'essere un povero diavolo, per lungo tempo al servigio in qualit di paggio, del signor d'Eule in Olanda.
Quando questo Croquard cominci a farsi grande, ebbe congedo, pass in Bretagna e si mise a servire un uomo d'armi. Seppe s ben fare, che, in uno scontro che avvenne, il suo padrone venne ucciso, ed i suoi compagni lo elessero capitano, in luogo di quello che avea soccombuto.
Ci era tutto quel che Croquard voleva.
Dopo tal tempo, acquist tanto in catture e scatti, che trovossi un bel giorno possessore di sessantamila scudi, senza contare i cavalli di cui era ben provveduto, dal perch, aveane costui nelle sue scuderie, venti o trenta, fra buoni corsieri e ronzini.
Due anni dopo venne Croquard scelto per essere uno de' campioni nella battaglia de' Trenta e combattendo per gl'Inglesi, ei fu il miglior combattente.
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Nota del Traduttore: Durante la guerra, malgrado la tregua che ebbe luogo nel 1350, i due partiti di Blois e di Monforte, continuavano a spiegare in Bretagna i furori della loro animosit battendosi ad oltranza in sanguinosi parziali combattimenti. Tal fu quello che  stato chiamato combattimento de' Trenta, perch erano trenta da ciascuna parte, e nel quale tutti gl'Inglesi rimasero sul campo di battaglia, parte morti combattendo, parte feriti e moribondi, da' Bretoni vincitori finiti a colpi di mazza ferrata e di pugnali. Fine Nota.
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Il re di Francia ci vedendo lo voleva aver presso di s, ma comprendendo che bisognava fargli proposizioni pi belle di quelle fatte a Bacon, gli offr farlo cavaliere, di riccamente ammogliarlo, e di corrispondergli duemila lire di reddito all'anno, se voleva ritornar Francese.
Ma Croquard non era ambizioso; al par di Cesare, preferiva piuttosto essere il primo in un borgo che il secondo in Roma.
Le offerte del re di Francia tuttoch lusinghiere furono da Croquard nettamente ricusate.
Questo rifiuto dovea portar disgrazia al brigante, poich qualche tempo dopo, provando un cavallo giovine che acquistato avea per trecento scudi, e troppo infiammandolo, il cavallo lo trasport, e cavallo e cavaliero rotolarono in un precipizio, senza che niun di essi potesse rialzarsi.
"Io non so, dice Froissart, che cosa ne fu del suo avere, n chi ebbe l'anima sua, ma so che Croquard fin in questa maniera."
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Capitolo 12.
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Torniamo ora alla citt di Calais, il cui assedio e la cui presa definitiva debbono essere l'ultimo incidente del presente racconto.
In quel tempo, val a dire, verso la fine dell'anno 1349, stava nella citt di Saint-Omer il valoroso cavaliero ser Goffredo di Chargny, inviato col dal re di Francia che lo avea fatto difensore delle sue frontiere, talch ei vi comandava al par di un re.
Ora, era costui pi di chicchessia corrucciato della presa di Calais, e passava tutto il suo tempo pensando al modo come la potesse riprendere.
Per forza era cosa impossibile; per astuzia era cosa improbabile: restava il tradimento. Questo spediente offriva maggiori eventualit di buona riuscita, dal perch maestro Emerico di Pavia al quale era stata confidata la citt era Lombardo, ed i Lombardi erano noti per il loro smodato amore al denaro.
Goffredo di Chargny si determin adunque a tentare il gran colpo da questo lato. Appena presa questa risoluzione, il capitano francese non chiuse occhio finch non l'ebbe condotta a termine.
Non and ei stesso, ma invi segretamente interpositori all'uopo ad Emerico di Pavia, poich era stata conchiusa una tregua e que' di Calais potevano andare a Saint-Omer, e quelli di Saint-Omer a Calais, per fare le provviste necessarie e vendere le loro mercanzie.
Quelli che Goffredo di Chargny avea mandati e che stava con grande ansiet attendendo, come il ciel volle ritornarono. Il loro aspetto sembrava annunziare buone notizie.
E qual risposta? domand il capitano.
Eccellente, messere.
E cos! quest'Emerico di Pavia?...
 un vero abbominevole cialtrone, ma di cui non dobbiamo dir troppo male, dal perch ci sar utile.
Sicch acconsente?
Con tutto il cuore.
A quali condizioni?
Eque quanto mai.
Ma pure?...
Si contenta di ventimila scudi, e ne dar in mano il castello.
Va bene, disse Goffredo di Chargny; partirete questa sera istessa per alla volta di Parigi, ad annunziare questa buona notizia a Filippo sesto, e chiedergli i ventimila scudi che ne fan mestieri.
Nella sera istessa, gl'inviati di Goffredo di Chargny partirono da Saint-Omer, e presso a poco all'ora medesima, un uomo lasciava il castello di Calais e s'imbarcava per l'Inghilterra. Quest'uomo era il lombardo Emerico.
Egli arriv a Douvres, s'incammin verso Londra, e giunto col fu introdotto appo re Edoardo.
Sire, disse Emerico di Pavia al re d'Inghilterra, ho eseguito i cenni vostri.
E cos?
E cos! i Francesi son venuti e mi hanno chiesto per qual prezzo consegnerei loro il castello: ho domandato ventimila scudi, e siccome messer Goffredo di Chargny non li aveva, li ha mandati a chiedere a Filippo sesto, e fraditanto mi son recato a riferirvi ci che accade.
E avete fatto benissimo, messere, dal perch vi  noto quanto affetto vi portiamo.
Che cosa mi resta a fare?
Oh bella! e lo domandate? Conchiudete il mercato. Soltanto fatemi sapere il giorno fissato per la consegna del castello.
Ed i ventimila scudi? chiese Emerico di Pavia che non era intieramente slombardato.
I ventimila scudi di Filippo sesto non saranno che una tenue ricompensa de' vostri leali servigi. Non pertanto teneteli. Saranno di buona presa. Giacch ser Goffredo di Chargny ha abusato della tregua per fare siffatte proposte, siamo nel nostro pieno dritto approfittandone. Dio vi guardi, andate.
Emerico di Pavia s'inchin profondamente e prese commiato da Edoardo. Quando ritorn a Calais, niuno avea ancora saputo la sua partenza.
In quanto al re di Francia avea rifiutato di dare i ventimila scudi, dicendo che un'azione simile, in tempo di tregua, era una slealt bell'e buona.
Ma ser Goffredo di Chargny che non era di questo parere e che voleva il bene di Filippo sesto malgrado suo, raggranell parecchi cavalieri di Piccardia, partecip loro ci che accadeva, e tutti furono d'accordo che bisognava dare i ventimila studi e riprendere la citt, del che re Filippo sarebbe molto contento quando la cosa sarebbe stata fatta senza che egli vi avesse preso menomamente parte veruna.
In conseguenza, i signori di Fremie, di Ribeaumont, Giovanni di Landas, Pipino di Were, il signore di Crequi, Enrico di Blois e molti altri si tassarono e sborsarono i ventimila scudi richiesti. Poi mandarono a dire ad Emerico di Pavia che lo scambio sarebbe avvenuto nella notte del 1 gennaio.
Emerico avea cos tutto il tempo di avvisare il re.
Siccome in un momento s critico, egli non poteva abbandonare la citt, mand ad Edoardo suo fratello, sulla cui fedelt riposava con tutta confidenza.
Quando il re d'Inghilterra ebbe veduto il fratello d'Emerico e fu di tutto informato, fece chiamare Gualtiero di Mauny, e gli raccont ci che si preparava.
Partiamo all'istante, soggiunse il re, e voi messere che ci accompagnerete, sarete duce di questa impresa, dal perch io e mio figlio combatteremo sotto la vostra bandiera.
Grazie di tanto onore, rispose Gualtiero, e, a meno che un maligno genio non ci tradisca, la cosa riuscir a nostra gloria.
Il re d'Inghilterra part difatti con trecento uomini d'armi, seicento arcieri ed il principe di Galles. Nessuno seppe la causa del ritorno e dei suoi novecento uomini.
Egli e la sua truppa recaronsi al castello ove si ascosero aspettando l'avvenimento.
Il 1 gennaio 1350 Goffredo Chargny con le sue genti d'armi e balestrieri lasci Saint-Omer quando fu alta la notte.
Egli arriv molto presso a Calais, ed avendo comandato ai suoi uomini di far sosta, mand due de' suoi scudieri a chiedere ad Emerico di Pavia se fosse venuto il momento di presentarsi. I due scudieri cavalcarono segretamente e trovarono Emerico che gli aspettava, e che lor domand ove fosse messer Goffredo.
 qui vicino, risposero gli scudieri.
Ebbene! andate a dirgli ch'ei venga, disse il Lombardo.
Gli scudieri non sel fecero dire due volte, e corsero ad annunziare a Goffredo di Chargny che poteva marciare sopra Calais.
Questi dispose la sua piccola truppa, attravers con essa il ponte di Nieulay e si avvicin a Calais.
Col giunto, mand dodici cavalieri e cento armature di ferro a prendere possesso della citt, e diede i ventimila scudi ad Odardo di Renty, il quale era incaricato di darli ad Emerico di Pavia, raccomandando che il capitano lombardo aprisse la porta del castello, dal perch ei voleva entrare solamente da quella parte.
Emerico di Pavia che era uomo saggio, avea abbassato il ponte della porta de' campi, e lasci pacificamente entrare quanti eran l per passare. Quando le cento armature e i dodici cavalieri furono sopra al castello, credettero esserne padroni. Ci scorgendo Emerico di Pavia chiese ad Odardo di Renty ove fossero i ventimila scudi.
Eccoli qui, disse quello rimettendogli il sacco ove trovavansi i fiorini, contateli, se vi pare.
Non ho tempo, rispose Emerico, e poi, messere, mi fido alla vostra parola.
E prendendo il sacco lo gett nella stanza vicina.
Pi non vi rimane che attenere la vostra parola, disse Odardo.
Allora Emerico si alz ed and a chiudere a chiave l'uscio della stanza in cui aveva gettato il denaro; poscia disse a messer Odardo:
Aspettatemi qui voi ed i vostri compagni: vado ad aprire la gran torre, per mezzo della quale vi renderete pi facilmente padroni del castello.
Uscendo, Emerico di Pavia chiuse l'uscio a catenaccio, ed and infatti ad aprire la porta della torre.
Ma in quella torre trovavasi Edoardo, suo figlio, Gualtiero di Mauny e dugento combattenti circa, i quali uscirono sguainando le spade e gridando:
Mauny! Mauny! alla riscossa! Ed aggiunsero: Credono adunque questi Francesi che riconquistare il castello e la citt di Calais sia come bere un uovo?
Quando i Francesi videro que' dugent'uomini che furiosamente si scagliavano loro addosso, compresero essere inutile il difendersi e si arresero. Vi furono appena alcuni feriti. Quando gl'Inglesi ebbero rinchiuso i prigionieri, si posero in ordinanza e partirono dal castello. Giunti alla porta, montarono a cavallo e si diressero verso la porta di Bologna.
L appunto stava messer Goffredo di Chargny con la sua bandiera rossa con tre scudi d'argento, e pazientemente aspettava il momento di entrare nella citt, in cui volea entrare ei per il primo. E perci non potea frenarsi e diceva di quando in quando ai cavalieri che gli erano vicini:
Codesto Lombardo tarda molto: ci fa morir di freddo.
Eh! cappiterina! sclamava come in risposta Pipino di Were, i Lombardi son gente maliziosa e quello l fa contare i vostri fiorini per vedere se vi sono tutti o se ve ne sono de' falsi, e ci vuole il suo tempo.
Questa era la loro conversazione, quando la porta si apr ed una truppa di uomini a cavallo si avanz sopra di essi. Per un istante credettero che fossero i loro compagni che ritornassero, ma si accorsero ben presto che s'ingannavano, e riconobbero le bandiere di Gualtiero di Mauny, e del signore di Beauchamp. Sentendo que' che venivano gridare, come fatto aveano nella torre: "Mauny, Mauny! alla riscossa!" Siamo traditi, sciam Goffredo di Chargny. Se fuggiamo siamo perduti, se ci arrendiamo siamo vili. Difendiamoci e la giornata sar nostra.
Viva il cielo! dite il vero, gridarono ad una voce tutti i cavalieri francesi, e guai a chi fuggir!
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Capitolo 13.
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Allora tutti i Francesi smontarono da cavallo e cacciarono i loro corridori nel sentiero, dal perch sarebbero stati troppo calcati. Quando il re d'Inghilterra vide ci, fece fermare la bandiera sotto la quale ei stava, e disse:
Voglio rimanermi e combatter qui, ma si faccia passare la maggior parte de' nostri davanti il fiume ed il ponte di Nieulay, poich mi  stato detto che avvi col buona mano di Francesi a piedi e a cavallo.
Fu fatto come il re avea ordinato.
Sei bandiere e trecento arcieri lo lasciarono e recaronsi al ponte di Nieulay che era guardato da messer Morello di Fiennes e dal sire di Creseques.
I balestrieri di Saint-Omer e d'Aire trovavansi fra Calais ed il ponte, e ve ne furono d'uccisi pi di centoventi.
Morello di Fiennes ed il sire di Creseques resistettero a lungo, facendo prodig di valore; ma quando videro che gl'Inglesi andavano sempre crescendo e ricevevano infallantemente rinforzo da Calais, rimontarono su loro cavalli e mostrarono le calcagna. Gl'Inglesi si diedero ad inseguirli. Fu quella una rude giornata, e quando il sole si alz, rischiar molti cadaveri.
Ben combattuto aveano e Inglesi e Francesi, e molti prigionieri eransi fatti. In quanto al re d'Inghilterra, era andato a visiera calata, e sempre sotto la bandiera di Gualtiero di Mauny a scontrare i nemici in mezzo propriamente alle loro file.
Fra essi riconobbe Eustachio di Ribeaumont, e senza svelargli il vero esser suo, lo attacc. Eustachio di Ribeaumont, era fiero giostratore in un torneo, come abbiam visto, ma era benanco pericoloso avversario in una battaglia.
Due volte ei fece cadere Edoardo sulle ginocchia, e questi, rialzato due volte da Gualtiero di Mauny e dal sere di Cobehen, ricominci la lotta.
Ma Edoardo era degno rivale di Eustachio e non lasciandosi abbattere da que' due primi colpi malagurati, ricus abbandonare il combattimento per quanto Gualtiero gliene avesse potuto dire. Fu adunque il cavalier francese che cominci a piegare, e talmente, che cadendo anch'esso sulle ginocchia n potendosi rialzare, consegn la spada ad Edoardo, senza sapere di consegnarla al re.
La vittoria fu per gl'Inglesi, dopo di che Edoardo si ritir a Calais ed ordin che vi si conducessero i prigionieri. Quando questi seppero che il re avea anch'esso combattuto sotto la bandiera di Gualtiero di Mauny, ne furono molto lieti, perch calcolavano sulla sua generosit ben conosciuta.
Edoardo cominci col dire ad essi che, quella prima notte dell'anno voleva seco averli tutti a cena.
In conseguenza, all'ora in cui furono imbandite le mense tutti i prigionieri entrarono nella sala del banchetto riccamente vestiti, e allegramente ciarlando, come detto abbiamo al principio del capitolo precedente.
Quando tutti i cavalieri prigionieri furono seduti a tavola, i cavalieri inglesi ed il giovine principe di Galles servirono ad essi con le proprie mani le prime vivande, dopo di che andarono a sedersi ad un'altra tavola, ove, alla lor volta, furono serviti.
Edoardo, presiedeva al banchetto, ed avea fatto allogare a' suoi fianchi i prigionieri, dando a ciascuno il posto che per grado gli conveniva.
Quando le mense furono levate e finito fu il pasto, il re, colla testa nuda, e portando al collo un monile di finissime perle, col quale trastullavasi la sua man dritta, and a parlare a pi nobili fra i suoi prigionieri.
Messere, diss'egli volgendo la parola a Goffredo di Chargny, dovrei averla molto con voi, con voi, che volevate impadronirvi in una sola notte di ci che mi  costato pi d'un anno di campali fatiche, ed avere per ventimila scudi ci che mi  costato pozzi di denari. Ma Dio mi ha aiutato, siete stati vinti, e poich son certo che mi aiuter anche in seguito, vi perdono con tutto il cuore.
Sire, rispose Goffredo di Chargny, non accusate che me solo di ci che  accaduto, dal perch il nostro signore e padrone, il re di Francia, non ha voluto dare i ventimila scudi che gli chiedevamo affin di conchiudere il trattato, dicendo egli che in tempo di tregua tai cose erano sleali.
So, messere, so tutto, rispose il re; sar meno severo del re di Francia, mentre a parer mio, contro nemici nostri pari, ogni stratagemma  di buona guerra.
Poi Edoardo, lasciando Goffredo di Chargny, si volse a messer Eustachio di Ribeaumont.
Messer Eustachio, dissegli, voi siete daddovero il cavaliere cui mi piace pi vedere dopo Gualtiero di Mauny. D'altronde, vi dissi lo stesso a Calais, quando veniste a me come ambasciatore.
Eustachio fece un profondo inchino.
Nessuno, il re soggiunse, nessuno attacca e si difende meglio di voi. Ah! siete un terribile avversario, messere, e non ebbi tanto a fare contro chicchessia, come oggi contro voi.
Contro me, sire?
Eh, viva il cielo! contro voi! voi mi avete gettato a terra due volte, messere, ed io son quello cui vi siete arreso.
Allora, meno mi duole di essere stato vinto, sire, tanto pi che non  mica la prima volta che mi riconosco vinto da voi.
 vero, replic il re; per ci, messere, voglio, in memoria di queste due lotte, e di un tempo per me pi felice, darvi un pegno della mia stima per voi.
Ci dicendo, il re si toglieva il monile di perle che aveva al collo e soggiungeva:
Prendete questo monile, messere, io ve ne fo dono, come al miglior combattente della giornata di quelli di dentro e di fuori, e vi prego di portarlo tutto quest'anno per amor mio. So che voi siete gioviale e galante, e che vi trovate spesso e volentieri fra dame e damigelle. Quando dunque sarete in tali occasioni, dite che son io che vi ho regalato questo monile, e perch ve l'ho regalato; esse vi stimeranno di pi. Fraditanto siete mio prigioniero; ma siccome non voglio far le cose per met, vi sciolgo dal vostro riscatto, e potrete ripartir domani quando avrete riposato.
Quando ser Eustachio di Ribeaumont ud queste parole, se ne rallegr moltissimo, e due cose produssero la sua allegrezza.
La prima, era quel premio di valore che gli porgeva il re, al cospetto di tanti prodi e valorosi cavalieri. L'altra era che il re faceagli grazia di sua prigionia; quindi non pot frenarsi dal dire ad Edoardo:
Gentil sire, voi mi fate pi onore di quel che valgo, e Dio possa contraccambiarvi le cortesie che mi fate. Io sono un pover'uomo che non avrebbe mai potuto pagare il suo riscatto e che desidera il proprio avanzamento. Grazie, monsignore, del doppio incoraggiamento che mi date. Porter questa collana non gi un anno, ma per tutta la mia vita, e dopo il servigio del mio carissimo e formidabilissimo signore il re, non so qual re servirei cos volentieri, come voi.
Vi ringrazio, disse Edoardo, perch so che parlate schiettamente.
In quel mentre si portarono il vino ed i confetti, ed il re si ritir nella sua camera, e licenzi tutti.
Al domane di mattina, il re fece consegnare ad Eustachio due ronzini, e venti scudi onde potesse ritornare a casa. Eustachio si accomiat dai cavalieri francesi che rimanevano prigionieri, e se ne ritorn in Francia, raccontando dappertutto, ci che era avvenuto e la cortesia che usata aveagli Edoardo.
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Capitolo 14.
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Un grande disastro avea attraversato i due ultimi anni durante i quali eransi compiuti quegli avvenimenti che abbiam narrati.
Come se la Francia non avesse avuto abbastanze delle sue quotidiane disfatte, delle miserie e dell'avvilimento che ne risultavano, un immenso flagello le giunse di repente dall'Italia.
Il d d'Ognissanti dell'anno 1347 il primo caso di peste si manifest in Provenza e l'epidemia, come un ampio manto nero copr tutta la Francia. Attravers la Linguadoca, via portando dieci consoli sopra dodici, visit Narbona e vi lasci trentamila cadaveri. Sul principio quelli che sopravvivevano non potevano bastare al seppellimento de' morti, e ben presto vi rinunciarono, abbandonando sul loro letto, il figlio sua madre, il padre suo figlio, il fratello la propria sorella.
Il male andava sempre invadendo. Simile a mortal marea, dovunque passava nulla trovavasi se non che la traccia del suo passaggio. Finalmente la peste arriv al cuore, cio a Parigi. Col si avvent come un avoltoio, divorando incessantemente le viscere di quell'eterno Prometeo che si chiama la Francia, e che grave e pensieroso fra le sue maggiori torture, resta con gli occhi fisi in quel cielo di cui vuol sorprendere la fiamma e dire la verit.
Era una spaventosa mora d'uomini e di donne, di vecchi e di giovani. Soltanto la morte parea preferire i giovani, e sfrontata cortigiana, correva a prenderli in mezzo alla loro giovent, la loro forza ed i loro amori, e terminava nelle convulsioni dell'agonia la canzone cominciata fra gli scherzi e le risa del banchetto.
Havvi a Firenze un affresco dell'Orgagna che ne servir d'immagine. La morte attraversando i campi del cielo non ascolta i miseri ed i vecchiardi che la invocano stendendo verso di lei le loro scarne mani; ma cupa ed astiosa, spezza con un colpo violento di falce una porta, dietro la quale cantano bevono e danzano leggiadre giovani donne ed aitanti garzoni.
Cos accadeva a Parigi.
Quei che venivano colpiti soffrivano due o tre giorni e poi morivano.
Que' che assistevano gli appestati riportavano il germe della malattia e morivano al par di quelli cui aveano veduto morire.
I medici si allontanavano; solo alcuni religiosi curavano i malati.
Le suore dell'ospedale specialmente, sembravano portar con esso loro un tesoro inesauribile di dolcezza di confidenza e d'umilt. Esse morivano devotamente senza nulla rimpiangere della vita, senza volgere niun rimprovero alla mano tremenda che le colpiva.
Nessun sapea cui attribuire quel flagello. Giammai eravi stata s grande abbondanza di viveri. Non era dunque da accagionarsene la terra. Fu detto allora, poich gli uomini che non possono vendicarsi di un potere ineluttabile, e quando soffrono d'uopo  si vendichino sopra qualcuno, fu detto allora che quella peste proveniva da una infezione dell'aria e delle acque e, come sempre in que' tempi avveniva, se la presero con gli ebrei. Il mondo si sollev contro di essi, e siccome il fuoco purifica, si accesero immensi roghi, e migliaia d'ebrei perirono nelle fiamme.
In Alemagna specialmente questo flagello si present sotto un sinistro aspetto. Sull'Alemagna pesava l'interdetto, e quei che morivano soccombevano al doppio strazio de' patimenti fisici e morali, ch in quella spaventevole mora vedeano la mano divina che li colpiva.
A Strasborgo morirono sedicimila persone, e atroce e disperata fu davvero la loro morte, ch niun sacramento avea visitato la loro agonia. Tre uomini soli osarono non tener conto dell'interdetto; Touber, Ludolfo e Suro, nomi non oscuri nella storia. Tutt'ad un tratto intiere popolazioni partivano senza sapere ove addurre i loro passi, spinte da quel vento di morte, come le masse di sabbia del deserto s'involano in rossi vortici sotto il soffio ardente del Simoun. Eran quelle popolazioni incalzate da un bisogno d'emigrazione strano ed imperioso; e fermandosi nelle citt, gli uomini e le donne, mal coperti, pallidi ed emaciati, andavano sulle piazze, sferzandosi con istaffili armati di punte d'acciaio. Detto si sarebbe esser quello il pentimento improvviso degli spiriti infernali.
Poscia intuonavano de' cantici come il seguente:
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Su, tra noi tutti, fratei, battiamo
Or questi nostri carcami e forte!
La gran miseria ci rammentiamo,
Dell'Uomo-Dio la cruda morte,
Di lui che lume tra il popol fello,
Venduto fue, tradito a torto,
Bersaglio ai colpi di rio flagello,
Sur una croce confitto e morto!
Strazio s orrendo ci ricordiamo
E ognor pi forte, fratei, battiamo!
...
Essi restavano cos un giorno ed una notte in ogni citt, flagellandosi due volte al giorno. Poi, quando aveano fatto altrettanto per trenta giorni e mezzo, si credevano tanto puri quanto nel d della loro nascita.
Quest'idea invase primieramente gli Alemanni, poi la Francia per la parte di Fiandra e di Piccardia. N era il popolo soltanto, ma gentiluomini e nobili, dame e signori che davansi a queste pellegrinazioni ed a queste mortificazioni sanguinose e pubbliche.
Queste tetre penitenze del nord non invasero l'Italia.
Leggete il novelliere fiorentino:
"... Essendo gli stracci d'un povero uomo da tale infermit morto gittati nella via pubblica, et avvenendosi ad essi due porci, e quegli, secondo il loro costume, prima molto col grifo, e poi co' denti presigli e scossigli alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso, amenduni sopra gli mal tirati stracci morti caddero in terra.
"Oh! (continua il narratore) quante memorabili schiatte, quante amplissime eredit, quante famose ricchezze si videro senza successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate, o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono coloro parenti, compagni et amici, che poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenarono colli loro passati!
"Et erano alcuni, li quali avvisavano che il vivere moderatamente, e il guardarsi da ogni superfluit avesse molto a cos fatto accidente resistere: e fatta lor brigata, da ogni lato separati viveano; e in quelle case ricogliendosi e rinchiudendosi, dove niuno infermo fosse, e da viver meglio, dilicatissimi cibi et ottimi vini temperatissimamente usando, et ogni dilettanza fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno, o volere di fuori di morte o d'infermi alcuna novella sentire, con suoni e con quelli piaceri che aver potevano si dimoravano. Altri, in contraria opinione tratti, affermavano il bere assai, et il godere, e l'andar cantando attorno e sollazzando, et il soddisfare d'ogni cosa allo appetito che si potesse, e di ci che avveniva ridere e beffarsi, essere medicina certissima a tanto male: e cos, come il dicevano, il mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte ora a quella taverna, ora a quell'altra andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto pi ci per l'altrui case faccendo, solamente che cose vi sentissero che lor venissero a grado o in piacere. E ci potevano far di leggiere, perciocch ciascuno (quasi non pi vivere dovesse) aveva, s come s, le sue cose messe in abbandono: di che le pi delle case erano divenute comuni, e cos le usava lo straniere, pure che ad esse si avvenisse, come le avrebbe il proprio signore usate; e con tutto questo proponimento bestiale sempre gl'infermi fuggivano a lor potere. Et in tanta afflizione della nostra citt (Firenze) era la reverenda autorit delle leggi, cos divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri et esecutori di quelle, li quali, s come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi, o s di famigli rimasi stremi, che ufficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascuno licito quanto a grado gli era d'adoperare.
Poi il narratore passando a parlare di quei del contado cos si esprime:
"Cos nimico tempo correndo per la citt, non perci meno d'alcuna cosa risparmi il circostante contado, nel quale (lasciando star le castella, che simili erano nella lor piccolezza alla citt) per le sparte ville e per li campi i lavoratori miseri e poveri, e le loro famiglie, senza alcuna fatica di medico o aiuto di servidore, per le vie e per li loro colti, e per le case, di d e di notte indifferentemente, non come uomini ma quasi come bestie, morieno. Per la qual cosa essi cos nelli loro costumi, come i cittadini, divenuti dediti alla rilassatezza, di niuna lor cosa o faccenda curavano; anzi tutti, quasi quel giorno, nel quale si vedevano esser venuti, la morte aspettassero, non d'aiutare i futuri frutti delle bestie e delle terre e delle lor passate fatiche, ma di consumare quegli che si trovavano presenti si sforzavano con ogni ingegno. Perch addivenne che i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli e i cani medesimi fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per li campi, dove ancora le biade abbandonate erano, senza essere, non che raccolte, ma pur segate, come meglio piaceva loro, se n'andavano. E molti quasi come razionali, poich pasciuti erano bene il giorno, la notte alle lor case, senza alcuno correggimento di pastore, si tornavano satolli."
Che pi si pu dire lasciando stare il contado ed alla citt ritornando? Ecco ci che dice il continuatore di Naugis.
"Durante questo tempo, la regina di Francia, moglie del re Filippo era morta, non che Buona di Lussemburgo, moglie del duca di Normandia. E cos padre e figlio si trovarono vedovi.
"Il duca Giovanni non ebbe mai posa sinch non fu di nuovo ammogliato, e volse gli occhi verso madama Bianca, figlia di Filippo terzo di Navarra. Ma durante un viaggio ch'egli fece, suo padre spos Bianca, e al suo ritorno,  il duca di Normandia trovandolo ammogliato, spos la vedova di Filippo di  Borgogna, suo cugino-germano, la cui morte, il lettore si ricorder, lo  aveva tanto afflitto quando trovavasi ad Aiguillon.
"In quanto al conte Luigi di Fiandra, che si era cotanto destramente sottratto al matrimonio progettato e quasi conchiuso fra lui e la figlia di Edoardo, spos la figlia del duca di Brabante, e rientr in godimento de' suoi diritti."
Un ultimo episodio e noi avremo finito di raccontare la storia politica e guerriera di Filippo sesto e di Edoardo terzo.
Quale l'abbiam veduto nel capitolo precedente, il re d'Inghilterra avea con esso lui condotti a Londra i prigionieri di Calais, quando Emerico il Lombardo avrebbe dovuto consegnare ai Francesi la citt ed il castello.
Goffredo di Chargny era nel numero di quei prigionieri e fu uno de' primi che pagarono il loro riscatto e ritornarono in Francia.
Ora, codesto capitano avea sempre sul cuore il tradimento del Lombardo ed i ventimila scudi che gli aveva dati, dimodoch, arrivando a Saint-Omer, la prima cosa di cui s'inform fu di conoscere ci che divenuto fosse Emerico di Pavia.
Questi erasi ritirato in un piccolo castello che si chiamava Fretin, sulla strada di Calais, e del quale il re Edoardo terzo aveagli fatto presente. Emerico vivea col dandosi buon tempo, e diremo, alla vigilia d'impalmare una leggiadra vedova che seguito lo avea da Londra in Francia. Ma quella donna, volubile pi che a donna non addicasi, pentita di aver promesso la sua mano al Lombardo s'era invaghita di un tale che scudiero era di ser Morello di Finnes, e passabilmente nemico di Emerico di Pavia. Quando Goffredo di Chargny si pose in cerca del Lombardo, volle il caso ch'ei si dirigesse appunto a quello scudiere, il quale dalle interrogazioni del capitano comprendendo di che si trattava, si guard bene dal nascondergli il luogo ove ritirato erasi Emerico di Pavia, e cattivandosi con le sue risposte la confidenza di Goffredo, fin col far confessare a questo tutto ci che bramava. Favorevole sorgeva l'occasione che lo avrebbe fatto rinunziare alla gelosia. Lo scudiero vendicava il paese e si liberava di un rivale; a tal fine prese l'assunto di condurre Goffredo di Chargny sino all'uscio della camera del Lombardo, raccomandandogli di risparmiare la donna la quale si troverebbe nel castello, e di non palesare a chicchessia ch'ei dato gli avesse quegli indizii cui chiedeva.
Emerico che gi non sospettava neppur per ombra di correre il menomo pericolo, continuava a passare il tempo in feste ed in banchetti, abbandonandosi senza verun sinistro presentimento al suo amore per la leggiadra vedovella.
In questo mentre, Goffredo di Chargny avea fatta riunione di gente d'armi, colla quale una sera si pose in cammino.
La domane all'alba, questi uomini circondavano il castello, che non era vasto, e Goffredo entrava in quello con un drappello di compagni soltanto.
Una mezz'ora dopo, Emerico era prigioniero, in uno con la bella vedova. Ma nulla per fu preso o violato nel castello, dal perch tregua regnava tra Francia ed Inghilterra.
Messere, ben sapete ci che mi avete promesso, disse a Goffredo di Chargny, lo scudiere quando il prigioniero e la vedova furono trasportati a Saint-Omer.
Vi ho promesso la grazia di quella donna.
S, messere.
Goffredo di Chargny guard lo scudiero sorridendo, e gli disse:
Come va che conoscete s bene l'interno del castello di Fretin?
Eh, messere, rispose lo scudiero, vi sono andato sovente mentre ser Emerico non v'era, dimodoch colei che mi vi accoglieva passava il tempo a farmi visitare il castello.
Orbe'! e se io, non solo vi concedessi la grazia di quella donna, ma anche la donna stessa, che cosa fareste?
Io la prenderei, messere, e la conserverei pi lungamente che mi fosse possibile, in memoria di vostra cortesia.
Ebbene! prendetela adunque, mentre  libera, e se mi dice credere quanto suppongo, essa non vorr restar per fermo fedele alla rimembranza del fidanzato lombardo.
La sera istessa, la vedova lasci il castello ove era stata rinchiusa, e and a raggiungere quello cui andava debitrice della vita e col quale come asserisce la cronaca, visse amante e fida sposa sin da quel giorno.
In quanto ad Emerico, venne giudicato da' signori francesi, e condannato come traditore.
Per conseguenza, il popolo fu chiamato a vedere sulla piazza del mercato in qual guisa il sere di Chargny fosse per punire il tradimento; n se ne and finch non ebbe veduto il cadavere del Lombardo sospeso per il collo alla forca che erasi alzata appositamente per lui. 
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Capitolo 15.
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La battaglia di Poitiers
Sono trascorsi otto anni da' primi avvenimenti del capitolo precedente.
In questo intervallo  morto Filippo sesto, lasciando a suo figlio Giovanni una corona difficile a portarsi, e questi ha senza por tempo in mezzo ricominciato le ostilit con l'Inghilterra, solo vero retaggio che il padre gli abbia lasciato.
 morto papa Clemente e gli  succeduto Innocenzo sesto.
Il duca di Brabante  morto anch'esso; una tregua fra Giovanni ed Edoardo dovuta all'intervento del nuovo pontefice, ha durato due anni.
Edoardo ha fatto alleanza con Carlo di Navarra e le ostilit contro la Francia sono ricominciate.
Guglielmo di Douglas ha ripreso Berwick che il re d'Inghilterra riprender poco dopo.
Il principe di Galles, accorso, ha saccheggiato ed arso quel di Tolosa e di Narbona. L'invasione spenta sur un punto si  di repente riaccesa sur un altro.
Finalmente, la battaglia di Poitiers  stata combattuta, terribile, e financo pi terribile ripetizione della battaglia di Crcy.
Sembra che Dio combatta contro la Francia.
Il principe di Galles giunge con duemila uomini d'arme, quattromila arcieri, e duemila briganti, in un paese ch'ei non conosce, scarseggiando di viveri, e non sapendo nemmeno se abbia il nemico davanti o alle spalle.
Giovanni, invece, ha cinquantamila uomini che lo seguono, e copre tutta la campagna co' suoi esploratori. Ha seco i suoi quattri figliuoli, ventisei duchi o conti, centoquaranta baronetti con le loro bandiere spiegate.
La posizione d'entrambi gli avversar  disperata. L'Inglese non ha pi vettovaglie; come a Crcy i Francesi marciano senz'ordine.
Il principe di Galles offre allora di restituire tutto ci che ha preso, citt e prigionieri, e di non pi servire, per sette anni, contro la Francia.
Giovanni rifiuta; ei vuole che il principe di Galles si arrenda con cento cavalieri.
Si appicca il combattimento.
Gl'Inglesi tengonsi fortificati in sul poggio di Maupertuis, presso Poitiers.
Basta lasciarli l e circondarli: in capo a due giorni si arrenderanno mezzi morti di fame.
Al par di suo padre a Crcy, Giovanni arde di combattere, e appicca il combattimento.
Il poggio su cui tengonsi gl'Inglesi  una collina erta, piantata di viti, chiusa da siepi, irta di prunaie.
Gli arcieri dominano il pendo.
Una stretta viottola  il solo sentiero che ad essi mena.
Giovanni ordina a' suoi cavalieri di avanzarsi; i cavalieri vi si arrampicano, e accolti dalle frecce inglesi, cadono gli uni sugli altri.
L'inimico fa suo pro del disordine, e scende gi dal suo posto.
Tre de' figliuoli del re, ad un ordine del padre, si ritirano scortati da ottocento lance.
Giovanni non vuole indietreggiare e fa prodigi.
Con un'accia nella destra, e col suo figliuolo pi giovine al fianco, ei batte senza posa, come un taglialegna in un bosco. Perci  quello il punto verso cui dirigonsi i cavalieri inglesi. Sin da questo momento e' sperano far prigioniero il re di Francia.
Gli assalti raddoppiano.
Goffredo di Chargny  ucciso con la bandiera di Francia in pugno.
Gottifredo di Analto  massacrato.
I difensori di Giovanni van diminuendo a poco a poco.
Il coraggioso re non pu lottar solo contro tutti quelli che lo circondano, e le forze lo abbandonano.
In quel momento un uomo rompe la folta dei combattenti, giunge sino a Giovanni e gli dice in francese:
Sire, arrendetevi.
Chi siete, gli disse allora il re, voi che mi dite di arrendermi nella lingua che io parlo?
Sire, io sono Dionigi di Morbecque, cavaliere d'Artois, e servo il re d'Inghilterra, non potendo soggiornare nel reame di Francia, ove ho perduto tutto quel che io vi possedeva.
Non mi arrender ad altri che al mio cugino, il principe di Galles, risponde re Giovanni, ed io nol veggo.
Arrendetevi a me, sire, ed io vi condurr a lui.
Ecco il mio guanto dritto; dice Giovanni, e segue il cavaliere d'Artois.
Il principe di Galles conduce il suo augusto prigioniero, e lo tratta da re, facendolo entrare in Londra sopra un cavallo bianco, il che  segno di sovranit feudale, e lo segue sopra una piccola chinea nera.
Umilt di cui prende altres buon contraccambio, serbando prigioniero il re del paese nemico. Vero  per che la prigione di re Giovanni  un palazzo e la cattivit di costui una successione non interrotta di feste e di piaceri.
In questo frattempo, i fuggiaschi di Poitiers corrono a Parigi ad annunziare che in Francia pi non vi sono n re n baroni, che e' son tutti prigionieri o uccisi, ed il paese atterrito domanda a s stesso che cosa l'Inglese far di lui.
I prigionieri di Poitiers ritornano a cercare i loro riscatti, dissanguano i contadini e spiantano il paese.
La Francia  infestata da saccomanni che diconsi Navarresi e vengono non si sa da dove.
Il delfino non ha alcuna autorit e quando anche l'avesse, non saprebbe che farsene. Povero delfino! egli  debole, giovine, malato, inquieto. Giunge il momento in cui la Francia  alla vigilia d'essere in quello stato, in cui, da molto tempo, Edoardo vuole d'essa sia.
Son gi due anni da che Giovanni  in Inghilterra, quando un uomo si presenta a Westminster latore di una lettera ad Edoardo.
Appena Edoardo ha letto quella missiva, impallidisce e ordina che gli venga insellato un cavallo.
Un'altra volta ha calcato di gi quella strada cui ora  sul punto di percorrere. In quella prima volta egli era accompagnato da Giovanni d'Analto e da Roberto d'Artois. Ma ormai, i suoi due compagni non sono pi l; ambedue sono morti, e il re, dopo aver ordinato che si selli il suo cavallo, fa chiamare Gualtiero di Mauny, col quale parte.
Al principio di questo racconto abbiam veduto Edoardo seguire il Tamigi, attraversarlo a Windsor ed entrare nel castello di Reding, ove affidava sua madre alla custodia, o per dir meglio, alla vigilanza di Mautravers.
Anche questa volta ei prende la medesima strada, e come sempre, la percorre a testa bassa e con le labbra silenziose. Soltanto, per, ha posto il cavallo a passi pi rapidi, e dopo un'ora di cammino, si ferma alla porta del castello, ove prega Gualtiero di Mauny di aspettarlo.
Il ponte si abbassa ed il re entra.
Egli attraversa un cortile, ascende una spaziosa scala e penetra in una stanza ov' ricevuto da Mautravers.
Come sta mia madre? chiede Edoardo.
Molto male, sire, risponde l'antico assassino divenuto carceriere.
 lei che ha chiesto di vedermi?
No, monsignore, sono stato io che ho stimato bene avvisarvi di quanto avviene.
E dove  ella?
In questa camera.
E cos dicendo, Mautravers alza un arazzo, ed il re, scoprendosi, entra nella stanza della moribonda.
Ei vi rimase quasi due ore. Nessuno sa ci che vi fu tra madre e figlio.
Di tratto in tratto, Mautravers sentiva un singulto. Era forse il figlio che piangeva su ci che fatto aveva alla madre? Era forse la madre che piangeva la morte procurata al marito, il delitto della sua giovent, e la lunga onta dell'intiera sua vita?
Nol sappiamo.
Tutto ci che possiam dire si  che, due ore dopo da che era entrato nella camera della regina vedova, Edoardo ne usc ancora pi pallido e cupo:
Voi siete libero, ei disse a Mautravers; mia madre  morta.
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EPILOGO.
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Se il lettore vuole uscire da Londra con esso noi e seguire il corso del Tamigi, a nove miglia circa dalla capitale dell'Inghilterra, trover un villaggio che oggi si chiama Richemond, il quale si chiamava Sheen, ed era un piccolo podere regio che da Edoardo era frequentemente visitato in grazia della sua leggiadra situazione.
 il 21 giugno 1376 e quel palagio illuminato da' raggi ardenti di una bella giornata di primavera, sorride al sole.
Tutto canta al di fuori.
Entriamo.
Tutto  melancolico al di dentro.
Molti cavalieri e signori taciturni ingombrano le camere attigue a quella del re.
Son costoro il duca di Bretagna, il conte Derby, il conte di Cambridge, il conte della Marca, madama di Concy, figlia del re.
Tutte codeste persone aspettano, sperano o temono.
Dalla mattina, Edoardo  cos malato che, ove pure Dio non faccia un miracolo, ei dee morire prima che finisca il giorno.
Passiamo adesso nella camera del re.
Edoardo  coricato; suo figlio il principe di Galles non gli  vicino, dal perch  morto nell'anno precedente, ed il re non ha presso di lui che il giovine Riccardo, figlio del principe.
Venite qui, ragazzo mio, gli disse Edoardo, fra poco sarete re; quelli ai quali vi lascio vi diranno ci ch'io feci di bene e di male, e toccher a voi a giudicare in che dovrete imitare od abbandonar l'esempio dell'avo vostro.
Poi Edoardo, facendo entrare i conti, baroni, cavalieri e prelati i quali trovavansi nel castello, si alz a sedere sul letto, tuttoch debolissimo, rivest il suo erede delle insegne reali, e fece giurare a tutti quelli che ivi erano che, dopo la sua morte, lo riconoscerebbero per re.
Fatto e ricevuto tal giuramento, Edoardo licenzi tutti coloro che erano entrati, e rest solo con Gualtiero di Mauny.
Tu se' il solo di tutti quelli che io amava, disse il re al cavaliere, che abbia sopravvivuto e che mi aiuti ad uscire da questa vita senza troppo lamentarmi all'idea della morte. Finch Dio permetter che tu viva, Gualtiero, vigila sopra Riccardo e su la mia bella Inghilterra che avrei voluto far pi felice, perch l'amai sempre come una fidanzata. Credi tu ch'io abbia fatto per essa tutto ci che far doveva?
Il credo, sire.
Credi tu che l'avvenire serber la mia memoria e rispetter il mio nome?
Monsignore, non solo io credo che serber la vostra memoria, ma son sicuro che la benedir.
Grazie, Gualtiero, disse il re stringendo la mano del vecchio cavaliere, grazie. Ora parliamo un po' della nostra vita di guerra e di avventure. Mi sembrer di morire, come avrei voluto, combattendo, dal perch v' una rimembranza che pesa sulla mia vita, e cui la morte lenta fa ingrandire a' miei occhi, e la cangia in rimorso.
Or bene, sire; un degno uomo si  presentato poc'anzi, dicendo che voleva parlarvi ed esortarvi prima della vostra morte. Volete ch'io vada a cercarlo?
Ha detto il suo nome?
No, monsignore; ha detto solo ch'era il solitario del castello di Wark.
Del castello di Wark! sclam il re abbrividendo. Gualtiero! fate entrar quell'uomo, e lasciatemi solo con lui.
Gualtiero obbed al re.
Alcuni momenti dopo, un vecchiardo da' capei bianchi e dalla bianca barba entrava nella camera d'Edoardo e sedevasi al capezzale di quello.
Il re affis su lui uno sguardo inquieto cercando distinguere ne' lineamenti di quell'uomo un aspetto conosciuto, e che, dopo la morte di Alice, avea bene spesso riveduto ne' suoi sogni.
Non mi riconoscete, sire? disse quell'uomo.
Oh! ora, s, vi riconosco, susurr il re, avete parlato.
E con gli occhi fisi su quel vecchiardo, come sul proprio suo giudice, Edoardo aspettava.
Voi non credevate rivedermi, sire.
No, balbett il moribondo.
Ascoltate, monsignore, disse il conte di Salisbury, io non vengo a tormentare la vostra morte. Dio vi chiama al suo cospetto innanzi di me, senza dubbio perch io possa sciogliervi dal rimorso che certo dee rodervi il cuore, dal perch un par vostro, monsignore, non infrange l'amore e l'onore d'un servo qual io mi sono, senza amaramente pentirsene nel giorno in cui deve comparire innanzi a Dio.
 vero, messere,  vero.
Trent'anni passarono sulla vostra colpa e sulla mia vendetta. Il mondo fu pieno del vostro nome, e la vostra gloria non ha ucciso quell'eterno testimone che ha nome coscienza. Io, da trent'anni, vivo nella solitudine, la solitudine ha ucciso in me quel cattivo consigliere che ha nome odio. Cos, oggi, o sire, se non ho intieramente dimenticato, ho almeno perdonato, e vengo da amico a visitare il vostro letto di morte.
Grazie, conte, grazie, rispose il re, e stese al conte di Salisbury la mano.
Vedete, o sire, ripigli Salisbury, ch'io son meno inesorabile di voi, poich non assisteste con uguali sentimenti all'agonia di vostra madre.
E che? voi sapete?...
Io era a fianco di quella camera in cui essa mor, ed udii tutto ci che le diceste.
E come mai eravate col?
Come or sono qui: come un pio solitario le cui parole di consolazione possono confortare un anima prossima a far ritorno al Signore. Su via, sire, gettate uno sguardo sul passato, prosegu Salisbury a dire, appoggiandosi col gomito sul letto del re e adesso che le passioni e le ambizioni della terra debbono sembrarvi cose molto vane e spregevoli; adesso che i vostri capelli si son fatti bianchi e che di ci che eravate un tempo or pi non avanza che il vostro nome, ditemi se non sarebbe stato meglio che io non avessi niente da perdonarvi, e se non avreste preferito di vedermi venire appo voi, non gi come un giudice indulgente, ma come un amico grato ed affettuoso? Voi, sire, avete renduto felici molti uomini, faceste molte liberalit, prodigaste molti onori, compartiste grazia a migliaia d'individui ch'erano nelle vostre mani; come avviene, monsignore, che grazia non faceste alla sposa di quello che v'era il pi devotamente affezionato e che, col riso sulle labbra dato avrebbe tutto il sangue e la vita per voi, abbench la morte avesselo dovuto separare da quanto ei pi amava al mondo?
E suo malgrado, il conte sentiva che le lagrime gli bagnavano gli occhi, dal perch si danno tali dolori cui trent'anni di solitudine non bastano a cicatrizzare.
Perdono, conte, perdono, sclam il moribondo; sono stato assai colpevole, ed ho sofferto al par di voi.
Strano destino, ripigli Salisbury, che vi sforza, voi, il gran conquistatore, a chieder perdono a me, oscuro cavaliere. Quanto  grande adunque la potenza di Dio che fa s umile e tanto debole il cuore di questo potente della terra!
 impossibile descrivere ci che Edoardo provava. Come se la sua anima non avesse aspettato che quel perdono per abbandonare il corpo, egli andava sempre pi indebolendosi, e non potea che susurrare di quando in quando:
Perdono, conte, perdono!
Allora, vedendo che la morte si approssimava, il conte levatosi in piedi, con voce solenne disse al moribondo:
Sire, voi avete fatto tanto bene e tanto male quanto potea farne l'uomo che era il pi grande del suo secolo. Avete, portando la guerra sul terreno di Francia, fatto morire migliaia di creature che difendevano il loro dritto e le loro sostanze; ma quello cui faceste il maggior male son io, dal perch ho sopravvivuto al male che mi faceste; orbene! in nome di tutti que' che faceste soffrire e che, o morti, o separati da voi non possono perdonarvi in quest'ora suprema, io vi perdono, monsignore, e prego Iddio per voi.
Un ultimo sorriso sfior le labbra del morente; da l ad un istante Edoardo era spirato.
Allora Salisbury apr la porta e disse a tutti que' che aspettavano:
Signori! re Edoardo terzo  morto.
E attraversando la folta de' cortigiani e de' cavalieri, senza che alcuno l'avesse riconosciuto, simile ad uno spettro pi che ad uom vivente abbandon il castello.
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FINE.